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Suicidio assistito, la signora Elena è morta in Svizzera. Le parole di Marco Cappato e del dottor Riccio

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Suicidio assistito, la signora Elena è morta in Svizzera. Le parole di Marco Cappato e del dottor Riccio
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Dopo il decesso della 69enne veneta, il tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, che l’aveva accompagnata nel Paese elvetico, ha commentato: “In Italia nessuna risopsta dalla politica”. E il medico che staccò la spina a Piergiorgio Welby: “Illogica la condizione dei sostegni vitali”.

“Elena ha appena confermato la sua volontà: è morta, nel modo che ha scelto, nel Paese che glielo ha permesso”. Così Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, aveva annunciato di trovarsi in Svizzera per dare seguito alla richiesta di aiuto ricevuta da parte di una signora veneta di 69 anni, paziente affetta da una importante patologia oncologica polmonare irreversibile con metastasi, che aveva chiesto di essere accompagnata nel Paese elvetico per accedere legalmente al suicidio assistito.

In seguito Cappato si è autodenunciato a Milano, promettendo di aiutare anche altre persone che in futuro dovvesero rivolgersi all’Associazione per lo stesso motivo. “Non c’è stata alcuna risposta da parte del Parlamento, della politica, dei capi dei grandi partiti. In queste ultime due legislature non è mai stata discussa nemmeno un minuto la nostra legge di iniziativa popolare, presentata nove anni fa – ha dichiarato -. Dalla Corte Costituzionale, presieduta da Giuliano Amato, è stato impedito al popolo italiano di decidere, in un modo o nell’altro, sulla legalizzazione dell’eutanasia. Neanche la Legge di iniziativa parlamentare sono riusciti ad approvare. Noi abbiamo questa strada oggi, nella prossima legislatura si vedrà. La bocciatura del referendum incide, perché se a giugno si fosse votato, se la Corte Costituzionale non avesse accampato pretesti per impedire a cittadini di votare, oggi (ieri, ndr) non saremmo qui”.

Sulla vicenda segnaliamo anche una dichiarazione del dottor Mario Riccio, responsabile del reparto di Anestesia e rianimazione all’ospedale di Casalmaggiore (Cremona) e consigliere dell’Associazione Luca Coscioni, che staccò la spina a Piergiorgio Welby e ha seguito la parte medica nel primo suicidio assistito in Italia, ottenuto da Federico Carboni.

“Discriminare le persone che chiedono il suicidio medicalmente assistito sulla base della condizione dei sostegni vitali è irragionevole, senza fondamento giuridico e scientifico – afferma -, dato che questa condizione non viene richiesta invece nella tecnica della sedazione profonda. Ad accrescere l’illogicità vi è anche il fatto che, depositando un testamento biologico, è già possibile chiedere l’interruzione delle terapie in corso e dei sostegni vitali”.

“La sentenza Cappato / Dj Fabo risponde sicuramente a un caso specifico, quello appunto di Fabiano Antoniani, su cui la Corte era chiamata a esprimersi, ma oggi limita inutilmente la richiesta stessa del suicidio assistito. Condizione, peraltro, non prevista da nessuna legge nei Paesi che hanno normato la morte medicalmente assistita. Anche in questo caso, quindi, viene da chiedere: perché, se indipendenti da sostegni, è possibile morire lentamente, dopo diversi giorni, sospendendo alimentazione artificiale e disidratazione, come è stato costretto a fare Fabio Ridolfi, e non in pochi minuti, se in possesso delle altre condizioni, come consapevolezza, sofferenza e irreversibilità della patologia?”.

Redazione Nurse Times

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