Home Infermieri Servono 3.866 specialisti. Lo Stato ne finanzia 1.520
InfermieriNT NewsProfilo professionale

Servono 3.866 specialisti. Lo Stato ne finanzia 1.520

Condividi
Piemonte, mancano 4-5mila infermieri: "Professione poco attrattiva"
POLICLINICO DI BARI APRE AL COVID IL PADIGLIONE BALESTRAZZI ATTIVI QUARANTAQUATTRO NUOVI POSTI LETTO OSPEDALE STRUTTURA OSPEDALIERA PERSONALE SANITARIO INFERMIERI MEDICI IN CORSIA
Condividi

Il decreto interministeriale accoglie il fabbisogno indicato dalle Regioni per biologi, farmacisti, psicologi e altre professioni sanitarie. Poi finanzia appena il 39% delle borse necessarie. La programmazione è completa: mancano soltanto le risorse per attuarla.

Il Servizio sanitario nazionale ha bisogno di 3.866 nuovi specialisti non medici. Lo Stato ne finanzierà 1.520. Gli altri, evidentemente, potranno specializzarsi grazie a quella risorsa inesauribile sulla quale la sanità italiana costruisce buona parte delle proprie riforme: la speranza che qualcun altro trovi i soldi.

Il decreto firmato il 31 luglio dai ministri della Salute, dell’Università e dell’Economia, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’8 settembre, stabilisce il fabbisogno formativo di biologi, chimici, farmacisti, fisici, odontoiatri, veterinari e psicologi per il triennio accademico 2025-2027. Complessivamente servirebbero 11.643 specialisti: 3.986 nel primo anno considerato, 3.866 nel secondo e 3.791 nel terzo.

Per l’anno accademico 2025/2026, tuttavia, le risorse statali consentono di finanziare soltanto 1.520 borse. Poco più del 39% del fabbisogno riconosciuto. Il decreto non nasconde il problema. Anzi, lo certifica con notevole precisione amministrativa: i fabbisogni espressi dalle Regioni sono stati integralmente accolti, ma il numero delle borse finanziabili non è sufficiente a soddisfarli.

La programmazione, dunque, funziona. È l’attuazione a essere rimasta senza copertura. Non stiamo parlando di figure marginali. Per il 2026 vengono indicati 1.107 biologi, 809 farmacisti, 607 psicologi, 598 veterinari, 440 odontoiatri, 159 chimici e 146 fisici. Professionisti necessari nei laboratori, nella microbiologia, nella genetica, nella farmacia ospedaliera, nella psicologia clinica, nella fisica medica, nella sicurezza alimentare e in molte altre attività essenziali.

Lo Stato sa quanti ne servono, dove dovrebbero essere formati e attraverso quali specializzazioni. Ha svolto la ricognizione, acquisito le indicazioni regionali, concordato il fabbisogno e predisposto le tabelle. Poi ha aperto il portafoglio. La dotazione disponibile per le borse del primo anno ammonta a 7.254.960 euro. Ogni borsa vale 4.773 euro lordi all’anno: meno di 400 euro lordi al mese.

È importante ricordare che fino alla legge di Bilancio 2025 questi specializzandi, pur frequentando scuole necessarie anche per l’accesso a determinate funzioni del SSN, non beneficiavano di un sostegno statale equivalente a quello previsto per i medici. L’introduzione della borsa rappresenta quindi un avanzamento reale.

Ma un diritto finanziato per meno della metà del fabbisogno rimane un avanzamento incompleto. Il decreto prevede che Regioni, università e altri soggetti pubblici o privati possano aggiungere ulteriori risorse. Formalmente, quindi, i 2.346 posti non coperti dallo Stato non sono necessariamente destinati a scomparire. Potrebbero essere finanziati altrove.

La parola decisiva, però, è “potrebbero”. Affidare il completamento della programmazione sanitaria alla disponibilità variabile dei territori significa accettare che le opportunità formative dipendano anche dal luogo in cui si vive, dalla capacità finanziaria della Regione, dalle scelte dell’università e dall’eventuale intervento di altri soggetti.

Il fabbisogno è nazionale. La possibilità di soddisfarlo rischia di diventare locale. Le Regioni con maggiori risorse potranno aggiungere borse e rafforzare i propri percorsi. Quelle sottoposte a vincoli finanziari o impegnate nel contenimento della spesa potrebbero non riuscirci. Il risultato sarebbe un ulteriore divario tra territori: proprio mentre il SSN dichiara di voler garantire livelli essenziali uniformi.

C’è poi una questione di equità sociale. Una borsa da 4.773 euro lordi annui non rende automaticamente sostenibile un percorso specialistico. Gli specializzandi devono affrontare tasse universitarie, trasporti, materiali, frequenza e incompatibilità organizzative che possono limitare altre attività lavorative.

Se il sostegno economico è insufficiente o assente, la specializzazione rischia di diventare più accessibile a chi dispone già delle risorse necessarie. Non viene selezionato soltanto chi è più preparato. Resiste più facilmente chi può permettersi di formarsi.

Questo meccanismo produce un paradosso serio per il servizio pubblico. Da un lato si richiedono competenze sempre più avanzate; dall’altro si scarica una parte significativa del costo necessario per acquisirle sui singoli professionisti e sulle loro famiglie.

Il sistema vuole specialisti, purché gli specialisti contribuiscano personalmente a finanziare il proprio fabbisogno. La questione riguarda indirettamente anche l’infermieristica. Le nuove lauree magistrali a indirizzo clinico-specialistico rappresentano un passaggio importante, ma il riconoscimento formativo non basta se non viene accompagnato da finanziamenti adeguati, ruoli organizzativi, accesso equo e valorizzazione contrattuale.

L’Italia continua spesso a creare il titolo prima della funzione e la funzione prima delle risorse. Una programmazione credibile dovrebbe invece collegare almeno quattro elementi: fabbisogno professionale, posti formativi, sostegno economico e successivo impiego delle competenze nel SSN. Se uno di questi passaggi manca, si producono specialisti senza ruolo oppure ruoli senza un numero sufficiente di professionisti formati.

Occorre inoltre rendere pubblica una ricognizione nazionale delle borse aggiuntive finanziate da Regioni e università. Solo così sarà possibile sapere quanta parte dei 3.866 posti venga realmente coperta, con quali differenze territoriali e attraverso quali fonti.

Il fabbisogno non dovrebbe essere celebrato come un risultato amministrativo. È soltanto la misura del problema da risolvere. Le 1.520 borse costituiscono un primo investimento e vanno riconosciute come tale. Ma non possono essere raccontate separatamente dalle 2.346 che mancano rispetto alla stima approvata dalle stesse istituzioni.

Perché un sistema sanitario serio non si limita a contare i professionisti di cui avrà bisogno. Decide anche come formarli, come sostenerli e dove utilizzare le competenze acquisite. Altrimenti la programmazione resta un esercizio molto elegante: lo Stato dichiara quanti specialisti servono, finanzia quelli che può e affida tutti gli altri alla specializzazione più diffusa nella pubblica amministrazione italiana. L’arte di arrangiarsi.

Guido Gabriele Antonio

Condividi

Lascia un commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli Correlati
InfermieriNT NewsProfilo professionalePugliaRegionali

ANIQRC: da Bari una rete nazionale per portare gli infermieri nel governo della qualità

L’associazione riunirà professionisti impegnati nel rischio clinico, nella qualità dell’assistenza e nella...

ConcorsiLavoroLombardiaNT NewsRegionali

Policlinico San Matteo di Pavia: concorso per 100 posti da infermiere

La Fondazione Irccs Policlinico San Matteo di Pavia ha indetto un concorso...

InfermieriNT NewsProfilo professionale

Il coordinatore conta, ma non moltiplica gli infermieri

Uno studio italiano associa la leadership etica a minore carico percepito, meno...