Per anni la geografia della sanità italiana è stata raccontata con una direzione chiara: si saliva. Dal Sud al Nord. Dai territori periferici verso i sistemi più solidi. Verso le regioni più organizzate, più finanziate, più “performanti”. Si saliva per lavorare. Per fare esperienza. Per trovare stabilità.
Oggi qualcosa si sta muovendo nella direzione opposta. Sempre più infermieri partecipano a concorsi nel Centro e nel Sud Italia, lasciando regioni come Lombardia e Veneto non per mancanza di lavoro, ma per eccesso di costo. Non scappano dagli ospedali. Scappano dagli affitti. Dalle bollette. Dalla matematica mensile che non torna.
Il fenomeno dell’esodo, nella sanità italiana, si è ribaltato. Perché il Nord continua a offrire posti, ma non riesce più a offrire sostenibilità. Lo stipendio è nazionale. Il contratto è uguale. Ma il costo della vita no. E quando metà della retribuzione viene assorbita da un affitto, quando vivere vicino al luogo di lavoro diventa un lusso, il problema non è occupazionale. È strutturale.
Il paradosso è evidente: i sistemi sanitari più forti del Paese rischiano di perdere professionisti non perché non abbiano bisogno di loro, ma perché non riescono a garantire condizioni di vita compatibili con quel bisogno. Non è una fuga ideologica. È un ricalcolo economico.
Per anni si è parlato di carenza di infermieri come se fosse un fenomeno naturale. Come se mancassero vocazioni, come se il problema fosse formativo. Ma qui non mancano i laureati. Mancano le condizioni per trattenerli. Il Nord sanitario ha costruito il proprio equilibrio anche sulla mobilità interna. Giovani professionisti che partivano, accettavano sacrifici, si adattavano. Ma quel modello regge finché il sacrificio è temporaneo. Quando diventa strutturale, l’equazione cambia.
Se vivere in una regione significa pagare un “mutuo invisibile” ogni mese solo per restare vicino al posto di lavoro, allora non stiamo parlando di scelta professionale. Stiamo parlando di sostenibilità esistenziale. E quando la sostenibilità salta, si torna indietro. Non perché il Sud paghi di più. Non perché offra carriere più brillanti. Ma perché consente di vivere.
È un ribaltamento silenzioso che mette in discussione un’intera narrativa. Il Nord come locomotiva. Il Sud come serbatoio di forza lavoro. Oggi la locomotiva rischia di viaggiare con meno macchinisti non per mancanza di rotaie, ma perché il biglietto per restare a bordo costa troppo. La questione non è territoriale. È sistemica.
Se il potere d’acquisto di uno stipendio pubblico non è sufficiente a garantire stabilità in alcune aree del Paese, allora il problema non è la mobilità degli infermieri. È l’asimmetria tra salario e costo della vita. E qui emerge una domanda scomoda: può un sistema sanitario definirsi solido se per funzionare richiede ai suoi professionisti di accettare una compressione costante della qualità della propria vita?
Il rischio non è solo la fuga. È l’erosione lenta della capacità di attrarre e trattenere competenze nei territori dove il bisogno assistenziale è maggiore. Perché quando il sogno di crescita si trasforma in calcolo di sopravvivenza, la direzione cambia. E forse il vero indicatore non è più quanti infermieri salgono verso il Nord. Ma quanti stanno decidendo che restare, semplicemente, non conviene più.
Guido Gabriele Antonio
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