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Sanità: 18,8 miliardi di tagli invisibili. Soprattutto per chi non aspetta una visita

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Il nono Rapporto GIMBE descrive un Servizio sanitario che riceve più risorse nominali, ma perde capacità reale di garantire assistenza. Intanto la spesa delle famiglie raggiunge 42,4 miliardi e una parte crescente dei professionisti lavora fuori dal pubblico. Il finanziamento aumenta nei documenti. Le cure, evidentemente, non sempre li leggono.

Il Servizio sanitario nazionale avrebbe perso 18,8 miliardi in quattro anni. Nessuno li ha visti uscire. Non esiste un camion carico di banconote fotografato mentre abbandona il ministero. Non c’è una delibera intitolata “riduzione della capacità di curare”. Il Fondo sanitario, anzi, aumenta nominalmente e consente a ogni Governo di affermare di aver destinato alla sanità più risorse di quello precedente.

I tagli, però, possiedono una caratteristica amministrativamente molto comoda: possono esistere anche senza comparire con il segno meno. Il nono Rapporto GIMBE parla di 18,8 miliardi di “tagli invisibili” tra il 2022 e il 2025. Non si tratta necessariamente di somme sottratte contabilmente al Fondo sanitario, ma della perdita di capacità reale prodotta quando gli incrementi non tengono il passo con inflazione, costi energetici, tecnologie, farmaci, rinnovi contrattuali e crescita dei bisogni.

Il finanziamento sale. Il numero di prestazioni che può acquistare, un po’ meno. È una forma raffinata di austerità: il bilancio cresce abbastanza da produrre un comunicato, ma non sempre abbastanza da produrre assistenza.

Il Fondo aumenta, il cittadino paga

Nel 2025, secondo i dati presentati da GIMBE, la spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle famiglie avrebbe raggiunto 42,4 miliardi di euro. È il secondo bilancio della sanità italiana. Il primo viene discusso in Parlamento. Il secondo viene pagato in farmacia, nei laboratori, negli studi specialistici e nelle strutture private da cittadini che non possono attendere i tempi del pubblico.

Formalmente il SSN rimane universalistico. Operativamente, però, una parte crescente dell’accesso dipende dalla disponibilità economica individuale. Chi può pagare abbrevia l’attesa. Chi non può pagare aspetta, rinuncia o arriva ai servizi quando il problema è diventato più complesso. Il principio costituzionale resta uguale per tutti; il calendario degli appuntamenti molto meno.

Questa spesa privata non è sempre una libera scelta del cittadino-consumatore. Spesso rappresenta una tassa sanitaria informale, versata per ottenere ciò che il sistema pubblico dovrebbe garantire entro tempi compatibili con il bisogno. Il SSN non invia il bollettino. Lascia che sia la lista d’attesa a suggerire l’importo.

Un infermiere su cinque è fuori dal servizio pubblico

Il Rapporto GIMBE indica anche che circa un medico su quattro e un infermiere su cinque non lavorano nel SSN pubblico. Il dato richiede analisi, non indignazione automatica. Nel sistema privato, nell’accreditato e nella libera professione operano professionisti indispensabili. Il problema non è che esistano alternative occupazionali al pubblico. Il problema è perché il pubblico non riesca più a trattenerne una quota sufficiente.

La questione non riguarda soltanto lo stipendio. Pesano carichi di lavoro, turnistica, possibilità di crescita, autonomia, sicurezza, mobilità, qualità del management e riconoscimento delle competenze. Quando un’organizzazione perde personale, può raccontarsi che manchino vocazione, spirito di sacrificio o senso di appartenenza. Oppure può compiere un esercizio più doloroso: domandarsi se le condizioni offerte siano ancora competitive.

Il SSN continua a comportarsi come se l’attrattività fosse garantita dal prestigio del servizio pubblico. Nel frattempo i professionisti confrontano retribuzioni, orari, responsabilità e prospettive e prendono decisioni perfettamente razionali. La vocazione è importante. Purtroppo non compare tra le voci utili per pagare l’affitto.

Le uscite non vengono sostituite con i comunicati

Quando un professionista lascia il pubblico, il bisogno assistenziale non si dimette con lui.
Il turno rimane. L’ambulatorio resta aperto. La lista d’attesa continua a crescere. Il paziente deve comunque ricevere assistenza. A quel punto il sistema ricorre a prestazioni aggiuntive, straordinari, gettoni, convenzioni, esternalizzazioni, cooperative o spostamenti interni.

Si risparmia sul personale stabile e si acquista la stessa attività attraverso soluzioni più costose, frammentate e difficili da governare. È come vendere l’automobile per ridurre le spese e poi prendere ogni giorno il taxi. Contabilmente i capitoli sono differenti.

Organizzativamente il percorso è lo stesso. Per gli infermieri il risultato è una pressione crescente su chi rimane. Si riducono i margini per ferie, formazione, affiancamento, ricerca e sviluppo professionale. Il personale esperto viene utilizzato soprattutto per coprire assenze e garantire l’ordinario. Il sistema chiede competenze avanzate. Poi impiega i professionisti avanzati per risolvere il turno del sabato notte.

Il taglio diventa visibile in reparto

Il definanziamento reale non è una discussione riservata agli economisti. Diventa visibile quando un coordinatore costruisce la turnistica su un organico già inferiore al necessario.

Diventa visibile quando una Casa della Comunità è aperta, ma non dispone dell’équipe prevista. Diventa visibile quando una tecnologia viene acquistata e utilizzata parzialmente perché manca il personale. Diventa visibile quando una visita viene rinviata, un posto letto resta chiuso o un operatore accumula ferie. Diventa visibile quando il cittadino paga una prestazione privata per evitare un’attesa incompatibile con il proprio bisogno.

La forza dell’espressione “tagli invisibili” sta proprio in questo paradosso: non sono invisibili nei servizi. Sono invisibili soltanto nella narrazione che misura il finanziamento in euro nominali e non in assistenza realmente prodotta.

32 miliardi di distanza non si colmano con l’ottimismo

Per il triennio 2027-2029 GIMBE stima un divario di 32,3 miliardi rispetto alle risorse necessarie. La cifra non deve essere trasformata automaticamente nell’importo esatto che il Governo dovrebbe versare domani. Ogni stima dipende da metodo, ipotesi economiche e obiettivi di servizio. Ma il segnale politico è inequivocabile.

Il SSN affronta bisogni crescenti con una capacità organizzativa che non cresce alla stessa velocità. Stanziare nuove risorse è indispensabile. Tuttavia non sarà sufficiente se i fondi verranno assorbiti da inefficienze, frammentazione regionale, duplicazioni, acquisti non coordinati e assenza di programmazione del personale.

Il dibattito pubblico tende a contrapporre due formule: “Servono più soldi”. “Bisogna spendere meglio”. Sono entrambe corrette e, utilizzate separatamente, entrambe insufficienti. Spendere meglio risorse inadeguate non le rende adeguate. Aumentare risorse senza riformare processi e responsabilità non garantisce risultati. Il SSN ha bisogno contemporaneamente di finanziamento sufficiente e capacità di governo. È meno efficace come slogan, ma molto più utile come politica sanitaria.

Dal Fondo agli esiti

Ogni incremento dovrebbe essere accompagnato da obiettivi misurabili:

  • riduzione dei tempi effettivi di attesa;
  • assunzioni nette per profilo e struttura;
  • diminuzione delle dimissioni volontarie;
  • riduzione del ricorso strutturale a prestazioni aggiuntive e gettonisti;
  • copertura professionale delle strutture territoriali;
  • recupero delle ferie accumulate;
  • riduzione della spesa privata evitabile;
  • diminuzione della rinuncia alle cure.

Non basta sapere quanti miliardi entrino nel Fondo.Bisogna sapere quante persone entrino nei servizi, quante prestazioni vengano garantite e quante famiglie smettano di pagare privatamente ciò che finanziano già attraverso la fiscalità. Senza questi indicatori, il Governo potrà annunciare un finanziamento record e le Regioni potranno denunciare una carenza storica. Avranno entrambi ragione. Il cittadino continuerà comunque ad aspettare.

L’invisibilità è un privilegio

I tagli sono invisibili per chi osserva soltanto il valore nominale del Fondo. Non lo sono per l’infermiere richiamato nel giorno libero. Non lo sono per il coordinatore che chiude il turno con una persona in meno. Non lo sono per il paziente che paga una visita. Non lo sono per la famiglia che rinuncia a curarsi.

Il nono Rapporto GIMBE non consegna da solo una soluzione e le sue stime dovranno essere discusse nel merito. Ma pone una domanda che la politica non può continuare a evitare: quanta assistenza pubblica riesce davvero a produrre ogni euro stanziato?

Perché aumentare il finanziamento mentre diminuisce la capacità reale di cura non significa necessariamente rafforzare il SSN. Può significare soltanto finanziare più generosamente la sua insufficienza. I 18,8 miliardi saranno anche invisibili nei bilanci. Nelle sale d’attesa, invece, hanno già preso il numero.

Guido Gabriele Antonio

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