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Decreto Pa: gli emendamenti delle Regioni in ambito sanitario

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Sanità, ecco i provvedimenti all'esame della Conferenza Stato-Regioni
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La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome ha proposto un pacchetto di emendamenti in ambito sanitario al cosiddetto Decreto Pa. Vediamoli in dettaglio (in allegato il documento).

Fondo da 100 milioni per il contenzioso su mensa e buoni pasto

La prima proposta prioritaria prevede l’istituzione presso il ministero dell’Economia di un fondo destinato a concorrere alla compensazione degli oneri potenziali derivanti dai giudizi pendenti sul riconoscimento del servizio mensa, del buono pasto sostitutivo o di altre forme equivalenti per il personale delle aziende e degli enti del Servizio sanitario nazionale.

La dotazione prevista è di 30 milioni nel 2026, 35 milioni nel 2027 e 35 milioni nel 2028, per un totale di 100 milioni. Il riparto dovrebbe avvenire tra Regioni e Province autonome sulla base del numero delle controversie pendenti, dei lavoratori interessati e degli oneri potenziali connessi ai giudizi. Le somme sarebbero poi trasferite alle aziende sanitarie interessate.

L’assegnazione delle risorse non comporterebbe però il riconoscimento generalizzato del diritto alla mensa o al buono pasto. Il consolidarsi dell’orientamento giurisprudenziale può produrre effetti rilevanti sui bilanci del Ssn: viene indicato un rischio potenziale di circa 1,897 miliardi di euro su base quinquennale, al quale si aggiungono sentenze, contenziosi pendenti, accordi transattivi e costi mensa già sostenuti.

Sullo stesso fronte le Regioni propongono una norma di interpretazione autentica per chiarire che il diritto alla pausa non determina automaticamente anche il diritto al servizio mensa o al buono pasto. Con specifico riferimento agli enti del Ssn, le prestazioni giornaliere superiori alle sei ore o le modalità alternative di recupero delle energie rese necessarie dalla continuità assistenziale non dovrebbero costituire, da sole, titolo per ottenere il beneficio, che resterebbe regolato dalla contrattazione e dall’organizzazione aziendale. Resterebbero comunque ferme le pronunce già passate in giudicato.

Retribuzione durante le ferie

Le Regioni propongono di chiarire per legge che durante il periodo feriale al dipendente pubblico spetti la “normale retribuzione”, escludendo i compensi che presuppongono l’effettivo svolgimento delle mansioni e quelli non erogati per dodici mensilità, salvo diversa previsione della contrattazione collettiva. L’obiettivo è evitare che tutte le componenti accessorie, variabili o occasionali vengano automaticamente ricomprese nella retribuzione feriale.

Un’ulteriore proposta distingue il periodo minimo di quattro settimane di ferie annuali tutelato dalla normativa europea dalle eventuali ulteriori giornate previste da norme o contratti, per le quali le Regioni chiedono che restino valide le specifiche regole delle fonti che le hanno istituite.

Emergenza-urgenza: affidamenti a terzi fino a giugno 2027

Le Regioni chiedono di prorogare la possibilità per aziende ed enti del Ssn di affidare a soggetti terzi i servizi di emergenza-urgenza. Ciò consentirebbe tali affidamenti fino al 30 giugno 2027 per periodi non superiori a 12 mesi, anche in più occasioni e con possibilità di proroga, fermo restando il limite temporale del giugno 2027 e il rispetto delle condizioni e degli standard già previsti. La motivazione della proposta sta nella forte carenza di personale che caratterizza le strutture di emergenza-urgenza, con le procedure concorsuali che spesso non consentono di coprire il fabbisogno.

Contratti flessibili per la dirigenza veterinaria e sanitaria

Un altro emendamento punta a estendere le deroghe ai limiti di spesa per i contratti di lavoro flessibile anche alla dirigenza veterinaria e sanitaria, come già previsto dalla disciplina applicabile alla dirigenza medica e al personale non dirigente dei profili sanitari e socio-sanitari (triennio 2024-2026). Tale misura, secondo le Regioni, servirebbe soprattutto nei casi di graduatorie concorsuali prive di candidati sufficienti o per coprire esigenze temporanee e vacanze transitorie di organico, con l’obiettivo di garantire i livelli essenziali di assistenza (Lea).

Equiparazione dei direttori socio-sanitari agli altri vertici aziendali

Le Regioni chiedono anche di uniformare il trattamento giuridico, economico e previdenziale dei direttori dei servizi socio-sanitari, laddove questa figura sia prevista dagli ordinamenti regionali, a quello riconosciuto ai direttori generali, amministrativi e sanitari. L’estensione riguarderebbe, tra l’altro, il collocamento in aspettativa senza assegni, la conservazione del posto, il riconoscimento del periodo ai fini di quiescenza e previdenza e gli oneri contributivi. Gli eventuali costi della misura dovrebbero però essere quantificati attraverso una specifica relazione tecnica.

Primari: selezioni aperte anche agli esterni al Ssn

Qnato al conferimento degli incarichi di direzione di struttura complessa, le Regioni propongono che alle procedure selettive potrebbero partecipare anche professionisti che, al momento della domanda, non abbiano un rapporto di lavoro subordinato con aziende del Ssn o altre pubbliche amministrazioni, purché in possesso dei requisiti professionali richiesti.

In caso di vittoria della selezione, sarebbe costituito un rapporto di lavoro dirigenziale a tempo indeterminato con l’azienda che ha bandito la procedura, nel rispetto dei vincoli assunzionali e finanziari. La disciplina si applicherebbe anche alle procedure già bandite, in corso o concluse, facendo comunque salvi i giudicati.

Dispositivi medici: modifica alle regole sul payback

C’è infine la propsta di modificare l’articolo 7 del Decreto legge 95/2025 sul ripiano dello scostamento dal tetto di spesa per i dispositivi medici, consentendo a Regioni e Province autonome di accedere al contributo statale indipendentemente dall’integrale recupero delle somme dovute dalle aziende fornitrici. Una richiesta motivata dalle difficoltà di recuperare tempestivamente tutti i crediti. Proposta, inoltre, una soglia minima: per importi inferiori a 12 euro non si procederebbe al recupero, considerando antieconomica una procedura che potrebbe avere costi superiori alle somme da incassare.

Redazione Nurse Times

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