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Assistente infermiere: oltre la sentenza del Tar Lazio. Una riflessione sul terzo settore della sanità

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Il Tar Lazio ha pubblicato lo scorso 14 agosto la sentenza n. 14262/2026 in merito al ricorso n. 9254/2025 R.G., promosso dal sindacato Nursing Up e riguardante l’istituzione della figura dell’assistente infermiere, dichiarando il ricorso inammissibile.

C’è un passaggio della sentenza che merita di essere ricordato con chiarezza, perché riguarda la coerenza tra i luoghi in cui si esercita la rappresentanza sindacale. Il Tar Lazio richiama infatti, tra le ragioni dell’inammissibilità, la circostanza che il sindacato ricorrente risulta firmatario del Ccnl del comparto sanità pubblico, nel quale il profilo dell’assistente infermiere era già previsto. Chi sottoscrive un istituto in sede negoziale, osserva nella sostanza il Tribunale, non può poi rivolgersi al giudice per chiederne l’annullamento in sede attuativa.

Una sentenza tecnica, dunque, ma che si inserisce in un quadro che i professionisti della sanità pubblica, degli ospedali classificati e delle strutture sociosanitarie conoscono bene: in Italia mancano infermieri e la crisi in questa fase è evidente nelle strutture accreditate, come dimostrano gli stessi annunci di assunzione di infermieri dall’estero, ma è soprattutto nelle cliniche accreditate, nelle strutture sociosanitarie ex articolo 26 della Legge 833/1978, nelle Rsa e nelle residenze per anziani che questa carenza si fa sentire con maggiore intensità.

In questo contesto di carenza non è la prima volta che alcune Regioni intervengono per tamponare i vuoti in organico con figure diverse dall’infermiere. Il Consiglio di Stato ha fermato, nel dicembre 2025, l’istituzione del cosiddetto super oss in Veneto. In Liguria la normativa regionale sull’accreditamento consente all’oss con formazione complementare di coprire fino al 30% del minutaggio infermieristico previsto, mai oltre. In Puglia una delibera di Giunta regionale (n. 1328 del 22 settembre 2025) ha autorizzato, fino al 31 dicembre 2025, la sostituzione fino al 50% del personale infermieristico con oss nelle Rsa per persone non autosufficienti, provvedimento impugnato dagli Ordini delle professioni infermieristiche e dalle organizzazioni sindacali di categoria.

È proprio da questi precedenti che nasce la nostra preoccupazione. In un settore in cui molte strutture associate operano con contratti fermi da 14 anni, e con rette e tariffe che da tempo non vengono adeguate, ciò che è già stato tentato con l’oss e con il super oss potrebbe essere ritentato, con le stesse motivazioni economiche, con l’assistente infermiere. Il rischio è concreto: nei reparti dove sono previsti due infermieri per turno, uno potrebbe essere sostituito da un assistente infermiere; nelle Rsa dove il personale già scarseggia, i turni di notte potrebbero finire per essere coperti da questa figura, anziché da chi porta la responsabilità dell’assistenza generale infermieristica.

Ce lo ricorda un episodio recente: una struttura sociosanitaria si è trovata costretta, per un’improvvisa carenza di infermieri, a coprire un turno notturno con personale oss. Un episodio che, unito alla crescente difficoltà nel reperire infermieri, in Italia come all’estero, ci porta a una domanda che non possiamo evitare: se è già accaduto con l’oss, perché non dovrebbe accadere domani anche con l’assistente infermiere?

A rendere la questione ancora più delicata è il modo in cui, nelle strutture sociosanitarie, Rsa ed ex articolo 26 della Legge 833 del 1978, viene oggi calcolato il fabbisogno di personale. Gli organici sono determinati dalle schede sinottiche regionali, gli strumenti che calcolano il minutaggio assistenziale, ferme in alcuni casi al 2008: parametri che non misurano la complessità assistenziale reale, perché fotografano un bisogno di cura che da allora è profondamente cambiato. Da quegli anni a oggi sono cresciuti il numero degli anziani con patologie croniche degenerative, le demenze, il Parkinson, le malattie neurodegenerative, la Sla, e con essi i carichi di lavoro di chi assiste.

Chi conosce queste strutture sa che i pazienti ricoverati nelle Rsa e nei centri ex articolo 26 necessitano, spesso già nei primi periodi di ricovero, di assistenza nell’igiene personale, nella vestizione, nella mobilizzazione, nell’alimentazione e nell’assunzione della terapia: sono, in pratica, totalmente dipendenti dal lavoro quotidiano di infermieri, oss e fisioterapisti per le più semplici attività della vita di ogni giorno. È in questo scenario di fragilità concreta, e non astratta, che va letta ogni scelta organizzativa futura.

Proprio qui, del resto, si colloca il terzo settore della sanità, spesso ai margini del dibattito pubblico: le Rsa, i centri di riabilitazione, i centri per persone con disabilità, i centri per l’autismo, i centri diurni, le case di riposo, i centri di riabilitazione psichiatrica, i centri socio-sanitari assistiti, le case famiglia. Non più tardi del 30 luglio 2026, pronunciandosi in adunanza plenaria sui tetti di spesa (sentenza n. 6/2026), il Consiglio di Stato ha ribadito espressamente che queste strutture erogano un servizio pubblico e lavorano per il pubblico.

La nostra preoccupazione nasce dall’incrocio di questi elementi. In un settore che vive già una crisi profonda di personale infermieristico, il rischio concreto è che i datori di lavoro, pur di non chiudere reparti e servizi, si trovino costretti a ridurre gli organici proprio dove oggi sono previsti due infermieri, al mattino e al pomeriggio: è facile immaginare che, in molte strutture, si finisca con un infermiere e un assistente infermiere per turno. Un calcolo semplice aiuta a comprendere la portata del fenomeno: una struttura con 100 posti letto, articolata su cinque moduli, applicando questo criterio potrebbe risparmiare dieci infermieri, sostituendoli con altrettanti assistenti infermieri.

È una riflessione che chi sottoscrive i contratti collettivi dovrebbe fare propria, perché la sanità italiana non è fatta solo di ospedale pubblico. C’è l’ospedale classificato; c’è il policlinico universitario accreditato e convenzionato; c’è la clinica accreditata; ci sono i centri di riabilitazione, gli istituti di ricerca.

Ma è nel terzo settore, nel sociosanitario, nelle Rsa e nelle strutture ex articolo 26, che il quadro si fa più frammentato: sono oltre 20 i contratti collettivi applicati in questo ambito, e alcuni di essi restano fermi da 14 anni. Una parte estesa e spesso silenziosa del sistema sanitario italiano è accreditata e convenzionata, e vive di fragilità economiche e organizzative che, in questo settore più di altri, rendono oggi concreto il rischio di cui abbiamo parlato.

Dott. Daniele Leone
Infermiere – Coordinatore infermieristico

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