Nel 2023 segnalate 6.254 infezioni su oltre 421mila procedure in Europa. Colon aperto tra gli interventi a maggiore rischio.
Le infezioni del sito chirurgico continuano a rappresentare una delle principali sfide per la sicurezza dei pazienti e per i sistemi sanitari europei. Il nuovo rapporto dell’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC), pubblicato il 7 luglio 2026 e relativo ai dati raccolti nel 2023, fotografa un fenomeno che resta rilevante nonostante i progressi compiuti nella prevenzione e nel controllo delle infezioni correlate all’assistenza.
Nel 2023, 12 Stati membri dell’Unione europea e un Paese dello Spazio economico europeo hanno segnalato 6.254 infezioni del sito chirurgico su 421.397 procedure, relative a nove tipologie di intervento sottoposte a sorveglianza. Il dato più significativo riguarda la forte variabilità legata alla procedura: la percentuale di infezioni passa dallo 0,4% dopo laminectomia fino al 10,2% nella chirurgia del colon eseguita con tecnica aperta.
Infezioni del sito chirurgico: cosa emerge dal rapporto ECDC
Le infezioni del sito chirurgico, indicate nella letteratura internazionale come Surgical Site Infections (SSI), sono infezioni che insorgono dopo un intervento nella parte del corpo interessata dalla procedura. Possono riguardare soltanto cute e tessuti superficiali oppure coinvolgere strutture profonde, organi e materiale protesico. Nei casi più complessi possono determinare un prolungamento della degenza, richiedere ulteriori procedure chirurgiche, terapia antibiotica e, nei pazienti più gravi, il ricovero in terapia intensiva. Sono inoltre associate a maggiore morbilità e mortalità.
L’ECDC ha analizzato nove categorie di procedure: bypass aorto-coronarico, colecistectomia laparoscopica e aperta, chirurgia del colon laparoscopica e aperta, taglio cesareo, protesi d’anca, protesi di ginocchio e laminectomia. La densità di incidenza delle infezioni diagnosticate durante il ricovero, calcolata ogni mille giornate-paziente postoperatorie, varia nel rapporto da 0,1 a 5,7, a seconda dell’intervento preso in considerazione.
Colon aperto: infezioni fino al 10,2%
È la chirurgia del colon con tecnica aperta a mostrare il valore percentuale più elevato tra le procedure monitorate: 10,2%. All’estremo opposto si trova la laminectomia, con una percentuale dello 0,4%.
Il confronto deve tuttavia essere interpretato correttamente: il rischio di infezione non dipende esclusivamente dalla qualità dell’assistenza, ma anche dal tipo di intervento, dalle condizioni cliniche e dai fattori di rischio del paziente, dal grado di contaminazione della procedura e da numerose altre variabili.
Il rapporto ECDC evidenzia inoltre che per diverse tipologie di intervento il numero delle procedure comunicate alla sorveglianza ha raggiunto nel 2023 un nuovo massimo. Secondo l’agenzia europea, questo dato riflette almeno in parte una maggiore partecipazione ai sistemi di monitoraggio.
Il trend di lungo periodo e il segnale degli ultimi anni
Un elemento particolarmente interessante riguarda l’andamento temporale. Analizzando il periodo 2013-2023, ECDC rileva che la percentuale delle infezioni del sito chirurgico e la densità di incidenza risultano complessivamente in diminuzione oppure prevalentemente stabili.
L’agenzia segnala tuttavia, attraverso l’analisi visiva delle tendenze, alcuni lievi incrementi negli anni di sorveglianza più recenti, dal 2020 al 2023, soprattutto per la densità di incidenza relativa ad alcune procedure. Si tratta di un segnale che rende importante mantenere elevata l’attenzione sulla sorveglianza senza interpretare il dato come prova, da solo, di un peggioramento generalizzato della sicurezza chirurgica.
Il precedente rapporto ECDC relativo al biennio 2021-2022 aveva documentato 10.193 infezioni su 662.309 procedure, con percentuali comprese tra lo 0,6% nelle laminectomie e il 9,6% nella chirurgia aperta del colon.
Quali microrganismi provocano le infezioni chirurgiche
L’analisi microbiologica ECDC offre un ulteriore elemento di interesse. Tra i microrganismi identificati nelle infezioni del sito chirurgico nel 2023, considerando i dati aggregati disponibili da nove Paesi UE/SEE, Staphylococcus aureus rappresenta il 18%, gli stafilococchi coagulasi-negativi il 16,9%, Escherichia coli il 12,6% e le specie appartenenti al genere Enterococcus il 12,4%. La distribuzione varia considerevolmente in funzione della procedura chirurgica.
Il tema si intreccia inevitabilmente con quello dell’antimicrobico-resistenza, una delle maggiori minacce per la sanità pubblica europea. ECDC stima più in generale che fino al 50% delle infezioni correlate all’assistenza possa essere prevenibile, sottolineando l’importanza dell’applicazione sistematica delle misure di infection prevention and control nelle strutture sanitarie.
Prevenzione: il bundle italiano dell’Iss
Sul fronte italiano, un riferimento particolarmente importante è il “Bundle per la prevenzione delle infezioni del sito chirurgico”, pubblicato dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss) nel maggio 2025 in collaborazione con SIMPIOS e con il supporto di altre 13 società scientifiche.
Il documento individua un nucleo di misure basate sulle evidenze: evitare la tricotomia quando non necessaria o, quando indicata, utilizzare clipper elettrici; garantire una corretta profilassi antibiotica prima dell’incisione e l’eventuale risomministrazione negli interventi prolungati; utilizzare preparazioni antisettiche a base alcolica per il sito chirurgico e interrompere la profilassi antibiotica dopo l’intervento secondo le indicazioni previste.
Tra le misure aggiuntive vengono inoltre considerate strategie come lo screening per Staphylococcus aureus, il mantenimento della normotermia perioperatoria e il controllo glicemico. Un punto centrale è l’approccio organizzativo: formazione degli operatori, monitoraggio dell’aderenza alle raccomandazioni e sorveglianza degli esiti diventano parte integrante della strategia di prevenzione.
Cosa cambia per infermieri e professionisti sanitari
I dati ECDC riguardano direttamente anche la professione infermieristica. L’infermiere interviene infatti in numerosi passaggi decisivi del percorso perioperatorio: preparazione del paziente, applicazione delle procedure di prevenzione e controllo delle infezioni, gestione dell’asepsi, sorveglianza della ferita chirurgica, educazione del paziente e del caregiver e individuazione precoce dei possibili segni di infezione.
La continuità assistenziale assume particolare importanza anche dopo la dimissione. Un’infezione può infatti manifestarsi quando il paziente ha già lasciato l’ospedale, rendendo fondamentali informazioni comprensibili sui segnali da monitorare e sui percorsi da attivare in presenza di anomalie della ferita. Il ruolo infermieristico non può quindi essere ridotto alla sola esecuzione di procedure: comprende sorveglianza clinica, prevenzione, educazione sanitaria, raccolta dei dati e collaborazione multiprofessionale.
SNICh, la sorveglianza italiana delle infezioni chirurgiche
In Italia la sorveglianza specifica è affidata al Sistema nazionale di sorveglianza delle infezioni del sito chirurgico (SNICh). Il sistema punta a stimare incidenza e prevalenza delle infezioni in procedure selezionate, identificare i fattori di rischio e monitorarne l’andamento nel tempo attraverso definizioni e modalità di raccolta standardizzate.
L’esperienza italiana offre anche indicazioni sull’efficacia della sorveglianza. L’Iss richiama uno studio sul programma nazionale condotto tra il 2009 e il 2011 secondo cui, nelle aziende partecipanti alla sorveglianza per almeno due anni, la combinazione di monitoraggio, programmi di controllo e feedback ai chirurghi è stata associata a una riduzione del 29% del rischio di infezione del sito chirurgico. La sorveglianza, dunque, non rappresenta soltanto un sistema per contare le infezioni: può diventare uno strumento operativo per individuare criticità, verificare l’aderenza alle buone pratiche e misurare gli effetti degli interventi di miglioramento.
Sicurezza chirurgica: prevenire resta la priorità
I 6.254 casi segnalati nel 2023 non possono essere automaticamente estesi all’intera popolazione europea: il rapporto comprende infatti i dati trasmessi da 12 Stati UE e un Paese SEE e riguarda nove specifiche tipologie di intervento. È una precisazione essenziale per evitare interpretazioni improprie dei numeri.
Il messaggio del rapporto ECDC resta però chiaro: le infezioni del sito chirurgico costituiscono ancora una complicanza importante dell’assistenza sanitaria e la sorveglianza deve procedere insieme all’applicazione sistematica delle misure di prevenzione.
Per ospedali e professionisti sanitari la sfida è trasformare i dati epidemiologici in pratica clinico-assistenziale: formazione continua, aderenza ai bundle, appropriatezza della profilassi antibiotica, asepsi, sorveglianza della ferita e continuità assistenziale rappresentano tasselli dello stesso obiettivo, ridurre le infezioni evitabili e aumentare la sicurezza del paziente chirurgico.
Redazione Nurse Times
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