Home Infermieri Crisi infermieristica: lo studio Eurispes e la sanità a tre velocità
InfermieriNT NewsProfilo professionale

Crisi infermieristica: lo studio Eurispes e la sanità a tre velocità

Condividi
Trento, taglio degli infermieri e niente bonus Covid nelle Rsa: "Se si vogliono smantellare queste strutture, siamo sulla strada giusta"
Condividi

Il Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes, giunto alla 38esima edizione, torna a fotografare la crisi della professione infermieristica: 6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti, contro una media europea di 8,9; stipendio medio di 32.400 euro contro i 39.800 dell’area Ocse.

È un dato medio nazionale che non restituisce la condizione degli infermieri del socio-sanitario, la cui retribuzione annua resta abbondantemente sotto i 30.000 euro. Di fronte a questi numeri, lo studio propone il convenzionamento con il Servizio sanitario nazionale, sul modello dei medici di medicina generale. Una proposta condivisibile nel metodo, che però da sola non basta a fermare un’emorragia già in atto.

Tre sanità, tre velocità

Per capire dove si annida la crisi occorre distinguere i tre pilastri dell’assistenza italiana: la sanità pubblica; la sanità ospedaliera e clinica accreditata e convenzionata, quella degli ospedali classificati riconducibili ad Aris e Aiop; e le strutture sociosanitarie accreditate e convenzionate, Rsa ed ex articolo 26 della legge 833/78, dove operano una pluralità di soggetti datoriali – Aris Rsa, Aiop Rsa, ma anche Uneba, Anaste, Agidae, cooperative sociali – con oltre 15 contratti collettivi diversi, secondo alcune stime addirittura oltre venti.

Il contratto degli ospedali classificati non viene rinnovato da 8 anni. Quello delle strutture socio-sanitarie associate ad Aris Rsa e Aiop Rsa addirittura da 14: una distanza che si traduce in un divario retributivo e normativo crescente rispetto al comparto pubblico.

La ragione degli imprenditori, senza sconti alla realtà

Va detto con onestà che gli enti gestori non sono, da soli, la causa del blocco. Le loro rivendicazioni su DRG fermi, rette e tariffe territoriali non aggiornate raccontano un vincolo reale: non si può chiedere il rinnovo dei contratti se le tariffe con cui si viene remunerati restano ferme a un decennio fa. È un nodo che riguarda la sostenibilità delle imprese sociali e sanitarie quanto la dignità di chi vi lavora.

Un mosaico che non conviene a nessuno

Nel settore sociosanitario – parliamo di Rsa ed ex articolo 26, non di ospedali – convivono oggi personale dipendente, cooperative in appalto, agenzie di somministrazione, professionisti con partita Iva. Non è un fenomeno isolato: abbiamo letto negli ultimi anni di strutture ospedaliere anche di grande rilievo che hanno fatto ricorso a personale esterno accanto ai dipendenti diretti, segno di una difficoltà diffusa a trattenere personale con condizioni stabili.

A cambiare, da una forma contrattuale all’altra, non sono tanto i diritti formali quanto la continuità del rapporto di lavoro e la tutela reale in caso di assenza o malattia. Ma il punto non è catalogare le differenze: questa frammentazione non conviene a nessuno, danneggia gli infermieri e indebolisce la continuità assistenziale.

In molte strutture socio-sanitarie, Rsa ed ex articolo 26, accreditate e convenzionate, lo stipendio netto si attesta sotto la media riportata dallo studio Eurispes, a fronte di turni h24, notti, festivi: una cifra che non regge il confronto né con il costo della vita, tra caro benzina e caro energia, né con gli standard europei richiamati dallo stesso studio.

Il vero nodo non è il convenzionamento

La questione, quindi, non è soltanto immaginare nuovi modelli organizzativi astratti, ma affrontare ciò che concretamente allontana i giovani dalla professione e spinge i professionisti già formati a lasciarla o a emigrare: turni insostenibili, riposi e ferie che saltano per la cronica carenza di organico ogni volta che si presenta una malattia improvvisa o un infortunio; retribuzioni non congrue rispetto al carico di lavoro, ai rischi e alle responsabilità; il mancato riconoscimento, in molti contratti del socio-sanitario, del diritto alla mensa o di suoi equivalenti; formazione e aggiornamento professionale lasciati quasi interamente a carico del singolo lavoratore; congedi parentali che, ai fini del premio di produzione, vengono computati come assenza.

Sono solo alcuni esempi di una distanza tra diritti formali e condizioni reali di lavoro che potrebbe allungarsi ancora. Lo stesso studio Eurispes quantifica il fenomeno più generale: circa 5.770 infermieri hanno lasciato l’Italia nel 2025, soprattutto verso Regno Unito e Svizzera. Sono condizioni che, sommate a contratti collettivi fermi da anni, spiegano il calo delle iscrizioni ai corsi di laurea in Infermieristica meglio di qualsiasi analisi macroeconomica.

Un impegno del Governo, prima che sia tardi

Tenere insieme gli infermieri del pubblico, degli ospedali classificati e delle strutture socio-sanitarie non è un esercizio di stile: è la condizione minima per fermare una crisi che, se non affrontata ora, tra pochi anni sarà irreversibile. Serve un impegno diretto del Governo che, riconoscendo le ragioni di sostenibilità degli enti gestori, sblocchi contestualmente il nodo dei rinnovi contrattuali e quello dell’adeguamento di DRG, rette e tariffe: sono due facce della stessa medaglia.

Solo restituendo dignità economica e organizzativa al lavoro infermieristico, in tutti e tre i comparti, e applicando contratti rinnovati e soprattutto quelli firmati dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative, evitando ogni forma di dumping contrattuale, si potrà tornare a rendere attrattivo il percorso di studi in Infermieristica per le nuove generazioni. Le riforme di sistema, incluso il convenzionamento proposto da Eurispes, avranno un senso solo se costruite su questa base.

Dott. Daniele Leone
Infermiere – Coordinatore infermieristico

Articoli correlati

Condividi

Lascia un commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *