Ogni anno viene pubblicata una nuova classifica sulle performance dei sistemi sanitari regionali. Puntualmente si ripete lo stesso copione: Veneto ai primi posti, insieme ad altre regioni del Centro-Nord; Calabria in fondo alla graduatoria, seguita dalle solite note.
Cambiano gli indicatori, cambiano gli studi, cambiano i colori delle infografiche, ma il risultato finale sembra scritto ancora prima che inizi la valutazione. E forse è proprio questo il dato più preoccupante. Non il fatto che esistano differenze tra le regioni – sarebbe persino fisiologico in un sistema decentrato –, ma che quelle differenze siano ormai considerate normali, quasi inevitabili.
Abbiamo finito per accettare che il diritto alla salute possa avere una qualità diversa a seconda del luogo in cui una persona nasce o risiede. Eppure l’articolo 32 della Costituzione non distingue tra cittadini del Nord e del Sud. La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo, non come diritto condizionato dal Cap di residenza.
Negli ultimi decenni abbiamo costruito un Servizio sanitario sempre più regionalizzato, con l’obiettivo di rendere le amministrazioni più autonome, più efficienti e più vicine ai bisogni del territorio. Un principio condivisibile, almeno nelle intenzioni. Il problema è che l’autonomia richiede anche capacità amministrativa, programmazione, competenze manageriali e una governance in grado di tradurre le risorse in servizi.
Quando queste condizioni non esistono, il rischio è che l’autonomia produca l’effetto opposto: amplificare le disuguaglianze anziché ridurle. Così, mentre alcune Regioni riescono a investire nell’innovazione, nella medicina territoriale, nella prevenzione e nell’organizzazione dei percorsi assistenziali, altre continuano a rincorrere emergenze croniche, commissariamenti, carenze di personale e difficoltà economiche.
Alla fine il cittadino non percepisce il dibattito sul regionalismo differenziato o sui modelli organizzativi. Percepisce semplicemente una cosa: quanto tempo impiega per una visita specialistica, se trova un medico di medicina generale, se è costretto a spostarsi di centinaia di chilometri per un intervento o se deve rinunciare alle cure perché il sistema non riesce a rispondere ai suoi bisogni.
Ed è qui che emerge uno dei più grandi paradossi della sanità italiana. Continuiamo a chiamarlo Servizio sanitario nazionale, ma sempre più spesso funziona come venti sistemi sanitari diversi. Cambiano le possibilità di accesso, i tempi di attesa, l’offerta dei servizi, la capacità di attrarre professionisti e perfino le opportunità di cura.
La mobilità sanitaria ne è la dimostrazione più evidente. Ogni anno migliaia di cittadini lasciano la propria regione per curarsi altrove. Non perché desiderino fare turismo sanitario, ma perché cercano ciò che dovrebbe essere garantito ovunque: cure tempestive e di qualità.
È un fenomeno che produce un doppio danno. Da un lato costringe le persone e le loro famiglie ad affrontare costi economici, disagi e spesso lunghi spostamenti in momenti già delicati della propria vita. Dall’altro impoverisce ulteriormente le Regioni, che perdono pazienti e risorse economiche, alimentando un circolo vizioso dal quale diventa sempre più difficile uscire.
Il rischio, però, è affrontare questa questione come se fosse una semplice sfida tra territori, quasi una competizione sportiva. Ogni anno premiamo la regione migliore e sottolineiamo quella peggiore, ma raramente ci fermiamo a riflettere sul significato politico di queste classifiche.
Se da anni sappiamo quali regioni eccellono e quali rimangono stabilmente in difficoltà, significa che non stiamo osservando un fenomeno occasionale. Stiamo certificando un problema strutturale che le politiche nazionali non sono riuscite a correggere.
E allora la domanda non dovrebbe essere perché il Veneto continui a ottenere buoni risultati o perché la Calabria fatichi a migliorare. La domanda dovrebbe essere un’altra: cosa ha fatto lo Stato, negli ultimi vent’anni, per ridurre questo divario? Perché un Servizio sanitario realmente nazionale non dovrebbe limitarsi a fotografare le disuguaglianze. Dovrebbe avere gli strumenti per ridurle.
Forse è arrivato il momento di cambiare prospettiva. Le classifiche possono essere utili, ma solo se diventano strumenti di programmazione e non semplici esercizi statistici. Non serve sapere chi arriva primo se non comprendiamo perché ci riesce. Non serve indicare chi arriva ultimo se poi lo lasciamo fermo nello stesso punto anno dopo anno.
La vera sfida non è costruire una graduatoria sempre più precisa, ma garantire che un cittadino possa ricevere cure appropriate indipendentemente dalla regione in cui vive. Perché il luogo di nascita può determinare molte cose nella vita, ma in uno Stato che si definisce equo non dovrebbe mai determinare la qualità del diritto più importante di tutti: il diritto alla salute.
Guido Gabriele Antonio
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