Nella giornata di lunedì 22 giugno un medico e un infermiere dell’ospedale Martini di Torino sono stati brutalmente aggrediti da un paziente ricoverato all’interno del Servizio psichiatrico diagnosi e cura. La peggior sorte è toccata all’infermiere, che ha riportato la frattura del bacino.
A rendere noto l’episodio di violenza, un comunicato del Nursind, secondo il quale le forze dell’ordine, vista la particolare delicatezza del luogo, avrebbero esitato a intervenire. Il sindacato ha espresso totale solidarietà all’infermiere e al medico aggrediti, ponendo l’accento sulle condizioni di lavoro all’interno del reparto.
“Siamo di fronte a un vuoto normativo e operativo macroscopico – sostiene Nursind -. Se le forze dell’ordine non ritengono di avere il mandato o gli strumenti per intervenire in un reparto ospedaliero in condizioni di pericolo immediato, significa che lo Stato ha deciso di considerare i reparti di psichiatria come zone franche, dove le leggi sulla sicurezza sul lavoro non si applicano. La professione sanitaria nei reparti di salute mentale è ormai ridotta a un lavoro a rischio continuo”.
E ancora: “La gestione dei pazienti psichiatrici con spiccata tendenza alla violenza o con profili di doppia diagnosi, legata a psichiatria e dipendenze, viene interamente scaricata sul personale sanitario. A questo scenario si unisce una carenza cronica di personale, con turni ridotti all’osso che aumentano il rischio di non poter gestire le crisi in sicurezza per gli operatori e per gli altri degenti”.
Nursind annuncia infine la volontà di ricorrere ad azioni di protesta in assenza di risposte chiare e di un protocollo d’intervento immediato per garantire l’incolumità dei lavoratori.
Sull’episodio interviene anche Nursing Up. “Questo fatto – dice il segretario regionale Claudio Delli Carri – riporta con forza al centro del dibattito una questione che abbiamo denunciato da anni: la sicurezza degli operatori sanitari continua a essere affidata più alla fortuna che a un sistema realmente efficace di prevenzione. Non basta più indignarsi dopo ogni episodio. Non basta ribadire la solidarietà agli operatori coinvolti. Il punto, oggi, è un altro: gli strumenti normativi per intervenire esistono, ma troppo spesso rimangono inapplicati o vengono utilizzati solo in minima parte”.
Sempre delli Carri: “Ogni volta assistiamo allo stesso copione: dichiarazioni, promesse, tavoli di confronto e poi tutto torna come prima. Nel frattempo infermieri, medici e operatori continuano a entrare in reparto sapendo che potrebbero essere aggrediti, senza che esista un sistema realmente capace di proteggerli. Il problema non è che mancano le leggi. Il problema è che quelle leggi vengono lasciate nei cassetti”.
Redazione Nurse Times
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