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Cardiologia interventistica, numeri record per l’Italia: oltre 14.400 TAVI e +23% di interventi su valvole. GISE: “Restano divari geografici e di innovazione”

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Cardiologia interventistica: le competenze infermieristiche oggi
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La cardiologia interventistica italiana si conferma un’eccellenza dinamica, ma strutturalmente sbilanciata. A fronte di una crescita importante delle terapie strutturali che spinge i trattamenti innovativi sulla valvola tricuspide a un eccezionale +23% (592 procedure) e le TAVI alla quota record di 14.409 interventi, l’accesso equo alle cure resta frenato da barriere geografiche e da un utilizzo delle tecnologie diagnostiche intracoronariche limitato ad appena l’11% delle angioplastiche totali. Inoltre rimane da sciogliere il rebus epidemiologico dell’infarto. Le angioplastiche primarie per infarto acuto (pPCI) flettono del -3,45%, un dato in controtendenza che richiede un attento monitoraggio scientifico.

È questo il quadro numerico e di forte impatto che emerge dal nuovo Report GISE 2025, basato sul monitoraggio capillare di 254 laboratori di emodinamica su tutto il territorio nazionale. Una fotografia dettagliata che segna il punto di partenza per il progetto istituzionale “Gap2Care 2026”, l’iniziativa con cui la Società italiana di cardiologia interventistica (GISE) intende stimolare un confronto serrato con le istituzioni per azzerare le disparità di accesso alle cure più avanzate. L’occasione ha segnato inoltre il lancio ufficiale di “GISE Together 2026-2028”, la proposta strategica triennale volta a trasformare la cardiologia interventistica da una sequenza di singole prestazioni a un percorso terapeutico continuo, multidisciplinare e pienamente sostenibile.  

Le procedure: Oltre 160.400 angioplastiche e quasi 319.000 coronarografie nel 2025

“I dati storici confermano un cambio di paradigma epocale – spiega Alfredo Marchese, direttore dell’Unità di Cardiologia interventistica dell’ospedale Santa Maria di Bari e presidente GISE –. Il vero motore della cardiologia non è più solo l’interventistica coronarica tradizionale, ormai stabilizzata su volumi importanti ma costanti (318.494 coronarografie, +0,17%, e 160.400 angioplastiche, +2,3% rispetto al 2024), quanto piuttosto lo straordinario balzo in avanti delle procedure strutturali. Dopo una battuta d’arresto nel 2024, le procedure TAVI (l’impianto percutaneo di valvola aortica) fanno registrare una decisa ripartenza, toccando la quota record di 14.409 interventi (+10,8% nel consolidato storico)”. 

Un trend altrettanto positivo investe la riparazione o sostituzione mininvasiva della valvola mitrale, che cresce del 16,4% raggiungendo 2.251 interventi, e gli innovativi trattamenti sulla valvola tricuspide, che segnano un eccezionale +23% con 592 procedure. “Sulle patologie strutturali, la crescita costante rappresenta una delle risposte assistenziali più rilevanti del Servizio Sanitario Nazionale negli ultimi anni”, commenta Marchese. 

In espansione, anche se in misura minore, sono anche le più consolidate procedure preventive per l’ictus cerebrale. Gli interventi di chiusura dell’auricola sinistra aumentano del 5,9% (2.688 procedure), mentre la chiusura del PFO (forame ovale pervio) cresce del 3,4%, assestandosi a quota 4.690 interventi, offrendo un’alternativa di prevenzione fondamentale a migliaia di pazienti a rischio di ictus. 

I gap: Imaging intracoronarico fermo all’11% e TAVI accessibile a 6 pazienti su 10

Nonostante la vitalità del sistema, l’analisi approfondita condotta dal GISE evidenzia l’emergere di veri e propri ostacoli assistenziali che compromettono il principio di universalità del sistema sanitario nazionale. “Il divario geografico rappresenta la prima criticità, con un accesso alle cure avanzate fortemente sbilanciato sul territorio – specifica Marchese -. I centri d’eccellenza si concentrano prevalentemente nei poli ad altissimo volume del Nord e di alcune grandi realtà del Centro-Sud. I dati nazionali evidenziano una presenza ricorrente di strutture in Lombardia (Milano in testa), Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna, lasciando altre regioni sensibilmente indietro, soprattutto nell’interventistica strutturale”. 

A questo si aggiunge il ritardo tecnologico nell’appropriatezza. Le tecnologie per l’ottimizzazione dell’angioplastica coronarica come l’imaging intracoronarico (IVUS e OCT) e la valutazione funzionale (FFR/iFR), sebbene crescano rispetto al 2024 (+15% per l’imaging e +3% per la valutazione funzionale), sono state utilizzate in percentuale molto bassa di angioplastiche (11% per l’imaging e 10,6% per la valutazione funzionale).

“Si tratta di un utilizzo ancora troppo limitato rispetto al reale potenziale raccomandato dalle linee guida internazionali, che incide direttamente sulla qualità tecnologica dell’intervento – sottolinea Marchese -. Inoltre, resta molto basso (circa il 6% sul totale delle angioplastiche) l’impiego delle tecnologie innovative per ‘distruggere’ i depositi di calcio prima di effettuare un’angioplastica. Avere a disposizione queste tecnologie e utilizzarle personalizzando la scelta in base al tipo di lesione e al tipo di paziente è imprescindibile per il cardiologo interventista. Garantire il successo nel lungo periodo delle angioplastiche complesse deve essere l’obiettivo del cardiologo interventista.

Un ulteriore gap emerge poi nell’accesso alle TAVI. “Nonostante il record assoluto delle oltre 14.400 procedure eseguite sul territorio, il dato nazionale è ancora lontano dal soddisfare il fabbisogno teorico stimato per la popolazione italiana – spiega il presidente GISE –. La velocità di crescita, per quanto positiva, non riesce a colmare pienamente la richiesta reale dei pazienti affetti da stenosi aortica severa. Partendo dai dati epidemiologici e dalle indicazioni delle linee guida internazionali, si stima infatti che circa 6 pazienti su 10 candidabili abbiano avuto accesso alla TAVI nel 2025”.

Infine rimane da sciogliere il rebus epidemiologico dell’infarto (STEMI). Il Report evidenzia un dato in controtendenza che richiede un attento monitoraggio scientifico: le angioplastiche primarie per infarto acuto (pPCI) flettono del -3,45%, passando a 34.020 procedure. “Pur mantenendo una rete d’emergenza tra le più performanti d’Europa, con 577 pPCI per milione di abitanti, occorrerà capire se la contrazione sia legata a un successo della prevenzione cardiovascolare o a disfunzioni della rete di soccorso territoriale”, precisa Marchese.  

Il manifesto: cinque tavoli di lavoro e un piano triennale per ridurre i divari

Per superare queste barriere territoriali, organizzative ed economiche, GISE ha avviato cinque tavoli di lavoro tematici (Health Technologies and Care Delivery Models, Health Economics, Welfare, Age and Adult Congenital Heart Disease e Gender), dai quali è emersa una vera e propria proposta di sistema articolata su direttrici strategiche e istituzionali.

La prima sfida riguarda l’economia sanitaria (Health Economics), poiché l’obsolescenza degli attuali sistemi di misurazione e finanziamento delle attività ospedaliere e la forte frammentazione delle tariffe di rimborso regionali non riflettono la reale complessità, l’utilizzo di tecnologie avanzate e i costi delle procedure più evolute, creando un oggettivo ostacolo all’innovazione.

“GISE Together punta a collaborare con le istituzioni per un aggiornamento dei sistemi di codifica, valutazione e finanziamento delle prestazioni sanitarie e per garantire un accesso appropriato agli standard di cura di comprovata efficacia e una programmazione sanitaria basata sui dati – afferma Marchese -. In secondo luogo, la strategia impone un radicale adeguamento dei modelli organizzativi alla transizione demografica, integrando la valutazione della fragilità nei pazienti anziani e strutturando reti dedicate alla cura dei pazienti adulti con cardiopatie congenite (ACHD), seguendo i pazienti lungo l’intero arco della vita. Fondamentale diventa anche l’espansione del concetto di Welfare, garantendo non solo l’atto tecnico in sala operatoria, ma la continuità tra ospedale e territorio, un consenso informato effettivo e un supporto concreto ai caregiver”. 

Infine, il manifesto del GISE introduce l’equità di genere come pilastro strutturale, sia sul piano clinico – per abbattere i ritardi diagnostici e le sottorappresentazioni terapeutiche che colpiscono le donne – sia sul versante professionale, promuovendo la leadership femminile e la formazione paritaria nella cardiologia interventistica.

“Più che stilare una classifica tra territori promossi e bocciati, il nostro obiettivo con Gap2Care 2026 e la nuova piattaforma strategica GISE Together è accendere un faro sui differenti livelli di accesso alle innovazioni tecnologiche nel nostro Paese – conclude Marchese -. La cardiologia interventistica italiana ha capacità e volumi straordinari, ma l’eccellenza deve essere un diritto di tutti, non un privilegio legato al codice postale, all’età o al genere. La prossima elaborazione dei dati regionali rapportati alla popolazione ci consentirà di geolocalizzare i gap con precisione per proporre al Ministero della Salute e alle Regioni soluzioni riorganizzative concrete e misurabili”.  

Redazione Nurse Times

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