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Report Nursing Up: “Il default silenzioso del Ssn. Sistema medicocentrico brucia risorse. Senza infermieri, voragine finanziaria”

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Riceviamo e pubblichiamo un comunicato stampa del sindacato Nursing Up.

Il Servizio sanitario nazionale non sta semplicemente attraversando una crisi profonda, la più complessa e delicata dell’ultimo ventennio, ma sta entrando in una fase più profonda e pericolosa, quella di un default silenzioso. Una fase in cui le inefficienze, in primis la carenza di professionisti dell’assistenza, tristemente non fanno rumore, ma producono effetti devastanti sui conti pubblici e sulla qualità delle cure.

Non è una deriva inevitabile, ma la conseguenza diretta di un modello organizzativo ormai superato, che affonda le radici nel passato e che continua a investire nel modo più costoso possibile, ignorando le evidenze scientifiche internazionali. “Non è una crisi improvvisa, è un pericoloso cedimento strutturale: il sistema sta collassando sotto il peso delle sue inefficienze”, dichiara Antonio De Palma, presidente nazionale del sindacato Nursing Up.

IL PARADOSSO ITALIANO: UNA SANITÀ SBILANCIATA CHE COSTA INCREDIBILMENTE DI PIÙ

Il cuore del problema è uno squilibrio che, secondo Nursing Up, non ha eguali nei principali sistemi sanitari avanzati europei e mondiali. Stando ai dati Ocse più recenti (Health at a Glance 2024-2025), l’Italia presenta una delle più alte densità mediche al mondo: 5,4 medici ogni 1.000 abitanti (dati nella totalità della realtà sanitaria), contro una media Ocse di 3,9 e una media Ue di 4.07. Anche considerando solo il settore pubblico, il dato resta elevato e superiore sia alla media Ocse che Ue (4,1 medici ogni 1.000 abitanti).

Sul versante infermieristico, invece, il sistema arretra sensibilmente: 6,2-6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti, con un dato che scende a circa 4,7 nel pubblico, contro una media Ocse di 9,2 e una media europea di 8,4. Non si tratta di una semplice carenza. Si tratta di una vera e propria distorsione strutturale del modello sanitario, che genera un uso improprio delle competenze e un aumento diretto dei costi.

IL RAPPORTO CHE SPIEGA L’INEFFICIENZA. NUMERI SCHIACCIANTI

Il dato maggiormente esplicativo è quello del rapporto tra infermieri e medici. Nei sistemi europei il rapporto medio è di 2,2 infermieri per ogni medico, mentre nell’area Ocse sale fino a 2,7 (dati Health at a Glance Europe 2024).

In Italia questo equilibrio si rompe: il rapporto resta fermo tra 1,3 e 1,5, tra i più bassi del continente. Questo significa che il sistema utilizza professionisti ad alta specializzazione e alto costo per attività che, nei modelli più efficienti, sono affidate a infermieri con competenze avanzate. Il risultato è un circuito vizioso: più costi fissi, meno flessibilità, minore capacità di risposta alla domanda assistenziale.

ITALIA VS EUROPA E OCSE: IL RISPARMIO CHE L’ITALIA NON VEDE

Il confronto internazionale chiarisce definitivamente il punto: il vero tema non è quanto si spende, ma come si organizza la spesa sanitaria. Nei sistemi europei e Ocse più avanzati, dove il rapporto infermieri/medici si colloca stabilmente tra 2,2 e 2,7, la maggiore presenza infermieristica consente una gestione più efficace della cronicità, una riduzione dei ricoveri evitabili e un contenimento strutturale della spesa sanitaria.

Paesi come Germania, Paesi Bassi e Regno Unito rappresentano esempi concreti di questa evoluzione: qui il rafforzamento della componente infermieristica ha permesso di spostare l’asse dell’assistenza dall’ospedale al territorio, riducendo la pressione sulle strutture acute e migliorando la sostenibilità complessiva del sistema.

In questi contesti l’investimento sugli infermieri non è stato considerato un costo aggiuntivo, ma una scelta di lungimiranza economica, capace di generare risparmi attraverso la prevenzione delle complicanze, la gestione precoce delle patologie croniche e la continuità assistenziale.

Le evidenze scientifiche confermano questa traiettoria: lo studio pubblicato su Health Policy (Maier & Aiken) dimostra che nei modelli Nurse-Led si registra una riduzione dei costi fino al 20%, grazie alla diminuzione delle ospedalizzazioni inappropriate e delle complicanze.

A questo si aggiungono dati più recenti: un’analisi del 2024 pubblicata su Springer evidenzia un risparmio medio di 1.677 euro per paziente nei programmi di assistenza infermieristica post-dimissione, mentre studi dell’American Journal of Managed Care mostrano che la gestione infermieristica del diabete può ridurre i costi ambulatoriali di oltre 5.400 dollari per paziente.

E qui emerge il paradosso italiano nella sua forma più evidente: mentre i sistemi più efficienti risparmiano investendo sugli infermieri, l’Italia continua a sotto investire nel proprio Servizio sanitario nazionale.

Secondo le analisi della Fondazione Gimbe, infatti, il nostro Paese è all’ultimo posto tra i Paesi del G7 per spesa sanitaria pro-capite, con un gap complessivo stimato in circa 43 miliardi di euro rispetto alla media dei principali Paesi avanzati.

L’Italia, con un rapporto fermo tra 1,3 e 1,5, resta così intrappolata in un doppio squilibrio: meno investimenti complessivi e una distribuzione inefficiente delle risorse, dove la carenza infermieristica si traduce in maggiore ricorso all’ospedale, più ricoveri evitabili e una crescita costante della spesa legata alle inefficienze.

LA FUGA DAL PUBBLICO: IL SEGNALE PIÙ PREOCCUPANTE

A rendere ancora più fragile il sistema è il progressivo svuotamento del settore pubblico. I dati Enpapi registrano un +17% di infermieri liberi professionisti nel primo semestre 2025, segnale di un travaso continuo di competenze verso il privato.

Non si tratta di una crisi vocazionale. Gli infermieri non abbandonano solo la professione: abbandonano il sistema pubblico, che non è più in grado di valorizzarli né economicamente né professionalmente. Ogni uscita rappresenta una perdita secca di capacità operativa e un aumento dei costi indiretti per il sistema sanitario.

LA LINEA DI FRATTURA DEL SSN

Il Servizio sanitario nazionale si trova oggi davanti a una scelta che non è più rinviabile. Continuare con un modello medicocentrico, costoso e che non risponde ai bisogni del cittadini, oppure avviare un riequilibrio strutturale fondato sul rafforzamento delle competenze infermieristiche e sull’adozione di modelli organizzativi basati sulle evidenze.

Non è più solo una questione sanitaria. È una questione di sostenibilità economica e tenuta del sistema Paese. Senza dimenticare che, secondo report autorevoli come quello della Fondazione Gimbe, l’Italia è all’ultimo posto tra i paesi del G7 per spesa sanitaria pro-capite, con un gap di investimenti complessivo stimato in circa 43 miliardi di euro.

LA CHIUSURA: UNA SCELTA NON PIÙ RINVIABILE

“Abbiamo costruito una sanità che spende male e cura peggio – conclude il presidente Nursing Up -. Pensiamo di risparmiare tagliando sugli infermieri, ma stiamo solo alimentando una voragine di costi nascosti. L’Europa e i Paesi Ocse dimostrano che investire sugli infermieri significa ridurre la spesa e migliorare gli esiti. Noi stiamo facendo l’opposto. Senza un cambio immediato di modello, il Servizio sanitario nazionale non reggerà l’urto della cronicità. Non è più un rischio teorico: è una traiettoria già in atto”.

Redazione Nurse Times

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