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Medici, aumenti e straordinari: il nuovo contratto paga la fatica, ma non cura il sistema

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Shot of a doctor writing notes at his desk
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Alla fine è arrivato. Il contratto della dirigenza sanitaria 2022-.2024 è stato firmato, celebrato, rilanciato. Titoli rassicuranti: aumenti medi da quasi 500 euro al mese, arretrati importanti, miliardi stanziati. Una boccata d’ossigeno per i medici del Servizio sanitario nazionale, ci dicono.

Ed è vero. I soldi ci sono. Gli incrementi sono reali. Dopo anni di erosione del potere d’acquisto, qualcosa si muove. Ma la domanda, appena l’entusiasmo si abbassa di qualche decibel, diventa inevitabile: stiamo premiando i medici o stiamo cercando di trattenerli?

Perché questo contratto non nasce in un momento di serenità del sistema. Nasce in una fase in cui il Ssn fatica a coprire i turni, in cui i pronto soccorso sono in affanno cronico, in cui l’attrattività delle posizioni dirigenziali è diventata un problema esplicitamente riconosciuto nei documenti ufficiali. Non è un dettaglio. È una confessione.

Gli aumenti sullo stipendio tabellare riportano i medici a una soglia che, più che un salto in avanti, somiglia a un recupero del terreno perso. Si parla di cifre importanti, ma in larga parte si tratta di rimettere in equilibrio quanto l’inflazione aveva già squilibrato. È una correzione, non una rivoluzione.

Poi c’è il capitolo straordinari. Tariffe aggiornate, compensi definiti al centesimo. Una precisione quasi chirurgica. Ma il punto non è quanto viene pagata un’ora in più. Il punto è che quell’ora in più è diventata strutturale. Il lavoro straordinario, per definizione eccezionale, nel Ssn è diventato la normalità. E il contratto non lo elimina, lo regola. Lo rende ordinato. Lo rende contabilizzabile. È come se si fosse deciso che l’emergenza non si supera, si amministra.

Il sistema degli incarichi viene rafforzato, la retribuzione di posizione valorizzata, le responsabilità meglio collegate alla parte economica. Sulla carta è una svolta meritocratica. Più responsabilità, più riconoscimento. Ma in Italia la differenza la fa sempre l’applicazione concreta. La graduazione aziendale, la distribuzione effettiva delle risorse, l’equilibrio tra autonomia gestionale e indirizzo politico. Il modello può premiare le competenze. Oppure può semplicemente redistribuire le tensioni.

C’è poi un passaggio che colpisce più di tutti: la tutela in caso di aggressioni. Patrocinio legale garantito, supporto psicologico previsto. È giusto. È doveroso. Ma è anche un segnale inquietante. Se un contratto deve disciplinare la protezione dei medici dalle aggressioni, significa che il problema è diventato sistemico. E quando la violenza entra nel contratto, vuol dire che è uscita dal controllo ordinario.

Nel prossimo triennio si parla di welfare, burnout, pausa mensa regolamentata,di buoni pasto per turnisti. Si parla esplicitamente di attrattività della professione. È un lessico nuovo, almeno nella sua ufficialità. È il riconoscimento che non basta più evocare la vocazione. Il medico del Ssn oggi chiede condizioni di lavoro sostenibili, non solo riconoscimento simbolico.

Il pronto soccorso riceve indennità dedicate. Anche qui: segnale corretto, ma sintomatico. Si finanzia il disagio. Si compensa l’esposizione. Ma non si interviene ancora in modo radicale sull’organizzazione, sui carichi, sul rapporto tra domanda e offerta. È un cerotto economico su una frattura organizzativa.

Il contratto, nel complesso, non è un fallimento. Anzi, è probabilmente il più significativo degli ultimi anni sul piano finanziario. Ma non è una riforma strutturale. È una strategia di contenimento. È il tentativo di rendere di nuovo accettabile lavorare nel pubblico senza cambiare fino in fondo il modello.

La vera domanda, allora, non è se i medici abbiano ottenuto un aumento. Lo hanno ottenuto. La domanda è un’altra: questo aumento serve a rilanciare il Servizio sanitario nazionale o a guadagnare tempo?

Perché, se il problema è l’attrattività, la fatica, il rischio clinico crescente, la pressione sociale e mediatica, nessun contratto può bastare da solo. Può alleggerire, può compensare, può trattenere. Ma non può curare un sistema che ha bisogno di essere ripensato. E forse è proprio questo il punto più satirico di tutti: stiamo pagando meglio la fatica, ma la fatica resta intatta.

Guido Gabriele Antonio

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