L’11 luglio 2019 si tolse la vita nella Rsa di cui era ospite in un comune della Grecìa salentina, approfittando della mancanza di adeguati controlli. Ora il giudice Agnese Di Battista, del Tribunale civile di Lecce, ha condannato la struttura a risarcire i figli del 91enne autore dell’estremo gesto, originario di Galatina. Sin dal suo ingresso, così come ricostruito nella denuncia-querela che ha dato il via alle indagini, l’anziano non aveva accettato di buon grado il ricovero. In più occasioni avrebbe confidato ai figli l’intenzione di suicidarsi se lo avessero lasciato per più di qualche giorno.
Per preservare l’incolumità del famigliare i parenti avevano interpellato la dirigenza della Rsa, chiedendole di avere un occhio di riguardo per il congiunto: controlli approfonditi, soprattutto al di fuori degli orari di visita. Per gli operatori, però, non c’era alcun motivo per preoccuparsi, in quanto “dicono tutti così”. In realtà l’anziano mise in atto il proprio intento, facilitato (così come denunciato) dalla totale assenza di controlli. Soprattutto di sera, quando il numero di dipendenti in servizio sarebbe insufficiente a monitorare i circa 60 degenti non autosufficienti ospitati.
Così l’anziano, dopo aver trascorso qualche minuto di tempo all’interno della sala tivù, avrebbe imbracciato il girello con cui riusciva a muoversi, seppure con difficoltà. A piccoli passi, avrebbe raggiunto il terrazzino esterno e, usando una sedia per sorreggersi, avrebbe raggiunto il parapetto, per poi lasciarsi cadere nel vuoto fino al piano inferiore.
Al loro arrivo, i famigliari appurarono che nella Rsa si trovavano in servizio non più di due dipendenti, salvo vederne altri tre o al massimo quattro arrivare trafelati dopo un po’ di tempo, in concomitanza con l’intervento dei carabinieri di Soleto e del Nas. Per i figli dell’anziano non ci sarebbero mai stati dubbi: il decesso si doveva ricondurre al fatto che il padre, nello stato di non autosufficienza in cui si trovava e di incapacità a provvedere ai suoi bisogni, era stato abbandonato.
Alle stesse conclusioni è arrivata la giudice civile davanti alla quale è stato incardinato il procedimento, avviato con un atto di citazione dei parentio ai danni della Rsa. Il Tribunale di Lecce ha fondato la propria decisione sul principio secondo cui una struttura che accoglie persone anziane e non autosufficienti assume, in forza di un “contratto atipico di spedalità”, non solo obblighi di cura, ma anche “precisi obblighi di custodia e controllo continuo”.
La sentenza sottolinea come la rsa sia responsabile per l’omessa vigilanza, anche quando l’inadempimento sia riconducibile al proprio personale. Nel caso dell’anziano la giudice ha ritenuto che la mancata sorveglianza si sia protratta per un “considerevole lasso di tempo”, dato che un uomo con tali difficoltà motorie e visive ha avuto modo di compiere indisturbato tutti i gesti che hanno portato alla sua morte. Il Tribunale ha accertato la responsabilità esclusiva della Rsa, condannandola a risarcire i figli per il danno da perdita del rapporto parentale.
Le somme liquidate, determinate in via equitativa tenendo conto di vari fattori, tra cui l’età e il rapporto con il defunto, ammontano a un totale di 615.000 euro, oltre a interessi e spese legali. Infine, alla luce della gravità delle “discordanze delle dichiarazioni testimoniali” emerse durante il processo, il Tribunale ha ordinato la trasmissione degli atti alla Procura di Lecce per valutare l’eventuale sussistenza del reato di falsa testimonianza a carico di quattro dipendenti della Rsa.
Redazione Nurse Times
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