Riceviamo e pubblichiamo un comunicato stampa del sindacato Nursing Up.
Negli ultimi vent’anni il reddito familiare reale pro capite in Italia è diminuito del 4,4%, mentre la media dell’Unione Europea è cresciuta del 22% (fonte: Eurostat, Ocse). L’Italia è, insieme alla Grecia, l’unico grande Paese Ue a non aver recuperato i livelli pre-crisi 2008.
Secondo i dati autorevoli di Ocse ed Eurostat, negli ultimi cinque anni il lieve miglioramento statistico è stato determinato soprattutto dal calo della popolazione (-1,3% tra 2019 e 2025) e dall’aumento dell’occupazione, non da una reale crescita del potere d’acquisto. Circa 3 milioni di famiglie hanno migliorato la propria condizione grazie a un percettore di reddito in più, mentre per circa 12 milioni la situazione è peggiorata.
“Quando un Paese perde reddito reale rispetto all’Europa per vent’anni consecutivi – dichiara Antonio De Palma, presidente nazionale del sindacato Nursing Up –, non è solo un dato economico. È un segnale di fragilità sociale”.
EUROSTAT E OCSE: -4,4% DI REDDITO REALE IN 20 ANNI CONTRO UNA MEDIA UE +22%. INFERMIERI ITALIANI TRA I MENO PAGATI Dell’EUROPA OCCIDENTALEù
Se le famiglie italiane arretrano, gli infermieri arretrano ancora di più. Secondo Health at a Glance Europe 2024, la retribuzione media annua di un infermiere in Italia è pari a circa 32.600 euro, contro una media Ue di 39.800 euro. In Germania si superano i 49.000 euro, nei Paesi Bassi i 47.000, in Belgio i 72.000, in Lussemburgo i 79.000.
IL GAP SUPERA I 7.000-10.000 EURO ANNUI RISPETTO A MOLTI COLLEGHI EUROPEI
In termini concreti, un infermiere italiano percepisce tra i 1.450 e i 1.750 euro netti al mese. “Parliamo di professionisti che garantiscono continuità assistenziale, emergenza e responsabilità clinica – prosegue il presidente Nursing Up – e che oggi faticano ad arrivare a fine mese, lo ripetiamo da anni, ma non smetteremo di farlo. Questo significa comprimere la colonna portante del Servizio sanitario nazionale”.
POTERE D’ACQUISTO EROSO: FINO A 16.000 EURO ANNUI PERDUTI
Negli ultimi 35 anni, tra blocchi contrattuali (2010-2019), inflazione e mancata indicizzazione, il potere d’acquisto degli infermieri italiani si è progressivamente ridotto. La perdita stimata arriva fino a 10.000 euro annui per un neoassunto e fino a 16.000 euro per un professionista con 40 anni di servizio (fonti: elaborazioni Nursing Up su dati incrociati Ocse, CREA Sanità, Corte dei conti).
Tra il 2019 e il 2022 l’aumento reale in Italia è stato appena dell’1% (fonte: Ocse), mentre in Polonia gli incrementi nel comparto sanitario hanno sfiorato il 30% e in Ungheria nel 2024 sono stati annunciati ulteriori aumenti nominali del 20%.
IL DIVARIO EUROPEO SI AMPLIA. INFERMIERI ITALIANI SEMPRE PIÙ INDEBITATI
Sulla base del recente survey Nursing Up, il 71% dei professionisti sanitari intervistati ha dichiarato di essere costretto a fare ricorso a svariate tipologie di prestito, anche di tipo familiare, a causa di uno stipendio inadeguato per arrivare a fine mese, non potendo trovare altre forme di entrate con l’attività professionale privata
LA TENUTA DEL SSN È LA VERA POSTA IN GIOCO
Anche sul piano territoriale emergono differenze significative nel trattamento economico medio complessivo degli infermieri del Ssn, pur in presenza di uno stipendio tabellare identico su tutto il territorio nazionale previsto dal Ccnl Comparto Sanità.
Secondo il Rapporto semestrale Aran n. 1/2025, basato sui dati del Conto annuale della Ragioneria Generale dello Stato, il Trentino-Alto Adige registra una media di 37.204 euro lordi annui, mentre il Molise si attesta intorno ai 26.186 euro.
Il divario, che può superare i 5.000-10.000 euro annui, non dipende dalla paga base, che per contratto è la stessa, ma dalle componenti accessorie e integrative: fondi aziendali per produttività e disagio, indennità per aree critiche e turnazioni notturne o festive, prestazioni aggiuntive per copertura carenze di organico e velocità delle progressioni economiche legate alla contrattazione integrativa locale.
Queste differenze incidono direttamente sulla mobilità del personale infermieristico, orientando i flussi verso le regioni con maggiore capacità di spesa o verso l’estero, dove le retribuzioni medie superano spesso i 40.000-50.000 euro annui, aggravando le criticità nelle aree meno remunerative. Secondo le analisi comparative, per riallineare le retribuzioni al costo reale della vita è necessaria una rivalutazione strutturale compresa tra il 30% e il 35%.
“Non servono interventi simbolici o bonus temporanei – conclude il presidente Nursing Up –, ma una scelta politica stabile. Perché se si continua a comprimere la colonna portante del Servizio sanitario nazionale, il rischio non è solo sindacale. È sistemico”.
Redazione Nurse Times
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