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Riforma delle professioni sanitarie: valorizzare il territorio senza rendere il lavoro vivibile

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Nel dibattito sulla riforma delle professioni sanitarie che tiene banco in questi giorni la Fnopi richiama giustamente l’attenzione sulla necessità di valorizzare il ruolo dell’assistenza infermieristica territoriale, mentre le altre federazioni chiedono ruoli chiari e risorse adeguate per tutti. Il messaggio che arriva è ordinato, istituzionale, condivisibile: il territorio è centrale, le competenze vanno riconosciute, il sistema va riorganizzato.

Fin qui nulla da eccepire. Il problema emerge quando si prova a tradurre questa visione nella vita reale di chi dovrebbe rendere operativo quel modello. Perché nella discussione pubblica sulla riforma, ciò che continua a restare sullo sfondo sono le condizioni concrete di lavoro.

Si parla di valorizzazione del ruolo infermieristico territoriale, ma senza entrare nel merito di come quel ruolo venga vissuto ogni giorno. Non si parla di carichi assistenziali. Non si parla di retribuzioni. Non si parla di attrattività reale del lavoro sul territorio. E valorizzare un ruolo senza modificarne le condizioni significa, nei fatti, spostarlo, non rafforzarlo.

Il rischio è quello di costruire una riforma corretta sul piano organizzativo, ma fragile sul piano umano. Il territorio viene pensato come risposta ai bisogni della popolazione, come evoluzione necessaria del sistema sanitario, ma raramente come esperienza lavorativa complessa, spesso solitaria, ad alta responsabilità e con confini organizzativi ancora poco definiti.

In questo quadro, la chiarezza dei ruoli, pur necessaria, non basta. Perché ruoli più chiari significano anche responsabilità più esplicite, decisioni più frequenti, esposizione maggiore. Senza un parallelismo sul piano delle tutele e del riconoscimento, il rischio è che la riforma redistribuisca il peso invece di ridurlo.

Il punto non è mettere in discussione la riforma, né la visione dell’assistenza territoriale come asse strategico del futuro. Il punto è l’ordine delle priorità. Forse dovremmo iniziare a giudicare queste riforme non da quanto sono ben costruite nei documenti, ma da quanto rendono il lavoro vivibile nel tempo. Non da quante funzioni riconoscono, ma da quanto permettono alle persone di restare. Non da quanta autonomia dichiarano, ma da quanta sostenibilità garantiscono nella pratica quotidiana.

Valorizzare davvero l’assistenza infermieristica territoriale significa renderla una scelta desiderabile, non una collocazione obbligata. Significa intervenire prima sulle condizioni, poi sui modelli. Prima sulla qualità della vita lavorativa, poi sulla riorganizzazione dei ruoli.

Altrimenti il rischio è che anche questa riforma, pur animata dalle migliori intenzioni, finisca per essere un’altra valorizzazione corretta nelle parole, ma insufficiente nei fatti. Perché nessun territorio, per quanto centrale sulla carta, può funzionare se chi lo regge fatica a immaginarsi ancora lì tra qualche anno.

Guido Gabriele Antonio

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