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Se mancano le condizioni, perché dovremmo sorprenderci quando gli infermieri se ne vanno? Da Cagliari un segnale chiaro

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Ogni volta che un gruppo di infermieri si dimette, la reazione è sempre la stessa. Sorpresa. Allarme. Titoli che parlano di “fuga”, di “emergenza”, di “caso”. Come se fosse qualcosa di improvviso. Come se fosse inspiegabile. Come se non fosse già tutto scritto.

E invece la domanda più onesta dovrebbe essere un’altra, molto più semplice: se mancano le condizioni, perché dovremmo sorprenderci quando gli infermieri abbandonano il posto di lavoro?

Le condizioni non sono un dettaglio: sono il lavoro

Quando si parla di “condizioni”, spesso si pensa a qualcosa di accessorio. Un benefit. Un’aggiunta. In sanità non è così. Le condizioni sono il lavoro stesso.

Sono turni sostenibili, carichi equi, organizzazioni che non vivono perennemente in emergenza, stipendi che permettono di vivere e non solo di resistere. Sono il rispetto del tempo, della salute, della professionalità.

Quando queste condizioni mancano, restare non è più una scelta etica. Diventa una prova di resistenza. E la resistenza, per definizione, non può durare per sempre.

Dimettersi non è una fuga: è una conseguenza

Gli infermieri non se ne vanno perché “non tengono”. Se ne vanno perché tengono troppo a lungo, spesso in silenzio. Tengono turni scoperti che diventano la norma. Tengono reparti sotto organico trasformati in routine. Tengono responsabilità crescenti senza riconoscimento, senza tutele, senza prospettive.

Tengono anche quando sanno che non dovrebbero. Tengono per senso del dovere, per i colleghi, per i pazienti. Perché “qualcuno deve pur farlo”. Finché a un certo punto non è più una scelta. È una soglia che si supera.

E quando smettono di tenere, non lo fanno con clamore. Non lo fanno per protesta. Lo fanno per sopravvivere. In quel momento non stiamo assistendo a un gesto improvviso. Stiamo vedendo l’esito finale di un processo noto, ripetuto, ignorato.

Anche al Sud e nelle isole: non era una questione geografica

Per anni ci siamo raccontati una storia rassicurante. Che l’abbandono degli infermieri fosse un problema di altri territori. Del Nord. Delle grandi città. Delle realtà “più stressate”. Pensare che altrove fosse diverso aiutava a sentirsi al sicuro. Più umano. Più sostenibile.

Le notizie che arrivano da Cagliari rompono questa illusione. Non perché raccontino qualcosa di nuovo, ma perché mostrano che non esistono più zone protette. Quando le condizioni mancano, mancano ovunque. E ovunque producono lo stesso risultato.

Non è un problema degli infermieri: è un problema di tutti

Ogni infermiere che se ne va non porta via solo un camice o un numero da sostituire in organico. Porta via competenze costruite nel tempo, continuità assistenziale che non si improvvisa, sicurezza per i pazienti e per i colleghi, esperienza che teneva insieme il reparto anche nei momenti più difficili. Tutto questo non scompare nel vuoto: ricade inevitabilmente su chi resta a lavorare e su chi entra in ospedale come cittadino in cerca di cura.

La carenza non è una questione interna alla professione. È una questione che riguarda l’intera popolazione. Perché un sistema sanitario non si regge sui muri degli ospedali. Si regge sulle persone che ci lavorano dentro.

La vera anomalia non sono le dimissioni

La vera anomalia non è che gli infermieri se ne vadano. La vera anomalia è che ci si sorprenda ancora. Ci si sorprende, ma le condizioni restano le stesse. Ci si allarma, ma l’organizzazione non cambia. Ci si indigna, ma il peso resta sempre sugli stessi.

E allora la domanda finale non è polemica. È semplicemente logica: se continuiamo a offrire lavoro senza condizioni, perché dovremmo aspettarci che qualcuno resti? Forse la vera domanda non è perché gli infermieri se ne vanno, ma perché, nonostante tutto, così tanti tengono ancora.

Guido Gabriele Antonio

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