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120 euro di aumento agli infermieri, quasi 400 ai medici: la forza contrattuale decide il valore di una professione

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Nursing Up: "Infermieri e medici gettonisti sono costati più di quanto serve per il rinnovo del prossimo Ccnl"
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Nel Servizio sanitario nazionale non esistono solo ruoli diversi. Esistono pesi diversi. Il nuovo rinnovo contrattuale lo dimostra con una semplicità brutale: agli infermieri un aumento medio di circa 120 euro lordi mensili, ai medici quasi 400 euro.

Non è una polemica. È un dato. La domanda non è chi merita di più. La domanda è: perché questa distanza? Perché, quando si aprono i tavoli negoziali, il risultato non è mai proporzionale alla fatica reale, ma alla forza negoziale.

Gli infermieri tengono in piedi reparti, coprono turni scoperti, gestiscono carichi crescenti, assumono responsabilità cliniche sempre più complesse. Eppure la loro capacità di incidere sulle scelte finali è storicamente debole. Non per competenza. Per rappresentanza. Per peso politico. Per struttura.

I medici, invece, hanno una posizione storicamente forte. Sono dirigenza. Sono rappresentati in modo compatto. Sono interlocutori istituzionali naturali. E quando il sistema entra in crisi, la loro voce pesa. Il risultato non è ideologico. È aritmetico: quasi 400 euro contro 120.

Non è solo una differenza economica. È una fotografia del potere. In un sistema sanitario moderno, integrato, multidisciplinare, si dovrebbe investire in modo equilibrato. Se il problema è l’attrattività, riguarda tutti. Se il problema è il burnout, riguarda tutti. Se il problema è la fuga dal pubblico, riguarda anche gli infermieri, che emigrano, cambiano settore, abbandonano la professione.

Eppure, quando si distribuiscono le risorse, la forbice si allarga. Qualcuno dirà: ma i medici hanno responsabilità maggiori. È vero, in ambito decisionale clinico hanno responsabilità specifiche. Ma la sanità non è più una piramide rigida come negli anni Ottanta. È un sistema di competenze integrate. Senza infermieri, il medico non esercita. Senza assistenza continua, la diagnosi resta teoria.

La disparità non è solo salariale. È simbolica. Un aumento di 120 euro comunica una cosa: siete importanti, ma non determinanti. Un aumento di quasi 400 euro comunica un’altra cosa: siete strategici.

E qui si gioca il vero equilibrio del Ssn. Perché quando una categoria percepisce di essere strutturalmente meno valorizzata, il sistema non diventa più efficiente. Diventa più fragile. Cresce la frustrazione, aumenta la mobilità verso il privato o verso l’estero, si indebolisce la tenuta interna.

Il paradosso è evidente. Si parla di équipe, di integrazione, di collaborazione avanzata. Ma al momento della redistribuzione economica il modello torna verticale. Non è una guerra tra professioni. È una questione di equilibrio.

Se la sanità pubblica vuole sopravvivere, deve rafforzare l’intero corpo, non solo la testa. Perché un sistema sanitario non si regge solo su chi firma le decisioni cliniche. Si regge su chi le rende operative ogni ora del giorno. E finché la forza contrattuale varrà più della forza assistenziale, la distanza continuerà a crescere. Non tra medici e infermieri. Tra la sanità che si racconta e quella che si vive.

Guido Gabriele Antonio

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