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Il problema non è avere l’infermiere di famiglia: è decidere che tipo di infermiere di famiglia vogliamo

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Negli ultimi anni abbiamo parlato tantissimo dell’infermiere di famiglia e comunità. Abbiamo discusso di case della comunità, Pnrr, Dm 77, presa in carico, cronicità e assistenza territoriale. Abbiamo persino litigato su quanti infermieri servano e su come assumerli. Ma c’è una domanda che, forse, ci siamo posti troppo poco: siamo sicuri che un infermiere di famiglia lavori allo stesso modo in tutta Italia?

Uno studio recentemente pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Cureus propone una riflessione tanto semplice quanto rivoluzionaria: utilizzare lo standard internazionale ISO 7101:2023 come riferimento per costruire protocolli assistenziali condivisi per l’infermiere di famiglia e comunità. Non si tratta di aggiungere altra burocrazia, come qualcuno potrebbe pensare. Si tratta, piuttosto, di affrontare un problema che la sanità italiana conosce bene: la qualità delle cure non può dipendere dal Cap di residenza del cittadino.

Se oggi un infermiere di famiglia lavora in una regione e domani si sposta in un’altra, molto spesso cambia procedure, organizzazione, strumenti e perfino modalità operative. È il paradosso di un Servizio sanitario nazionale, che pur chiamandosi “nazionale” continua a funzionare attraverso decine di modelli differenti. L’autonomia organizzativa è una ricchezza quando favorisce l’innovazione. Diventa un problema quando produce disuguaglianze nella qualità dell’assistenza.

Lo studio firmato da Giuseppe Fumai, Vincenzo Abbasciano, Giovanna Muto, Nunzia Cappucci e Carla Recchia sposta allora il dibattito su un piano completamente diverso. La domanda non è più soltanto quanti infermieri di famiglia assumere, ma quale modello organizzativo debba guidarne il lavoro. Perché senza criteri condivisi di qualità, sicurezza e miglioramento continuo, il rischio è costruire venti sanità territoriali differenti, ciascuna con regole proprie.

Naturalmente uno standard internazionale non risolverà da solo la carenza di personale, le difficoltà organizzative o le differenze tra i territori. Sarebbe ingenuo pensarlo. Ma almeno introduce un principio che merita attenzione: la qualità non dovrebbe essere lasciata all’improvvisazione o alla buona volontà delle singole aziende; dovrebbe diventare un metodo, misurabile, verificabile e continuamente migliorabile.

Forse è proprio questo il contributo più importante dello studio. Ci ricorda che il futuro dell’infermieristica territoriale non dipenderà soltanto da quanti professionisti riusciremo a formare o assumere. Dipenderà anche dalla capacità di costruire un linguaggio comune della qualità. Perché il vero salto di qualità non avviene quando apriamo una nuova casa della comunità. Avviene quando un cittadino, ovunque si trovi in Italia, può aspettarsi lo stesso livello di sicurezza, organizzazione e assistenza.

Guido Gabriele Antonio

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