La verità è che non sono motivati. E non sono motivati perché non ricevono una retribuzione adeguata, nè dispongono di abbastanza tempo libero. C’è qualcuno che la pensa così? Io no. È una spiegazione semplice. Troppo semplice. E come tutte le semplificazioni, rassicura chi la dice. Ma non spiega nulla. Perché ridurre tutto a pochi soldi e poco tempo libero significa non capire cosa sta succedendo davvero dentro la sanità.
Quei due punti sono veri. Pochi soldi. Poco tempo libero. Ma non bastano. E continuare a fermarsi lì non è solo superficiale. È irrispettoso per chi ogni giorno lavora dentro questo sistema. Perché il problema vero è un altro. È lavorare in un contesto che contrasta con i propri principi.
Quando sai come si dovrebbe fare assistenza, ma non hai il tempo per farla. Quando capisci il bisogno del paziente, ma devi correre oltre. Quando la qualità diventa una variabile, e non più un punto fermo. A quel punto non è più stanchezza. È qualcosa di più profondo. È attrito. È disallineamento. È lavorare ogni giorno contro quello in cui credi.
E allora la parola “motivazione” smette di avere senso. Perché la motivazione non è un interruttore. Non si accende e non si spegne. La motivazione, nelle professioni sanitarie, è una scelta. E le scelte non spariscono. Si consumano. Si logorano. Quando vengono inserite in sistemi che non le sostengono.
E mentre questo succede, il sistema cosa fa? Cerca scorciatoie. Sempre. Perché è più facile adattare il lavoro, che cambiare il modello. Ma i sistemi complessi non tollerano scorciatoie. Le amplificano. E ogni scorciatoia crea un rischio. Un rischio che non resta teorico. Arriva nei reparti. Arriva sui pazienti.
E allora forse dovremmo smettere di chiederci perché le persone non sono più motivate. E iniziare a chiederci perché restare è diventato così difficile. Perché la verità è che la motivazione non è finita. È il sistema intorno che non è più in grado di sostenerla.
Gabriele Guido Antonio
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