C’è un passaggio che, più di tutti, racconta la situazione. Il buco nei bilanci delle Asl in Puglia c’è, è reale, è pesante. Ma gli ospedali – ci viene detto – sono salvi. Nessuna chiusura, nessun taglio evidente. Tutto sotto controllo.
Poi però, quasi in fondo al discorso, compare la vera soluzione: aumentare l’Irpef.E allora il quadro si chiarisce. Perché il meccanismo è sempre lo stesso. Quando la gestione non regge, quando negli anni si accumulano errori, ritardi, scelte discutibili, il sistema non si ferma. Va avanti. Ma cambia chi paga. Non chi ha deciso. Non chi ha gestito. Chi utilizza. Il cittadino.
E qui nasce un paradosso che ormai non fa più nemmeno notizia. Perché il cittadino, di fatto, affida la gestione di uno dei sistemi più complessi che esistano – la sanità – a chi dovrebbe avere competenze, visione, capacità di programmazione. Si fida. Non può fare altrimenti.
Poi, però, quando qualcosa non torna, quando i conti saltano, quando emerge il disavanzo, quel cittadino si ritrova dall’altra parte del tavolo. Non più utente, ma finanziatore aggiuntivo. Come se il messaggio fosse semplice: avete lasciato fare? Ora contribuite.
E non è nemmeno una questione ideologica. È una questione di struttura. Perché una sanità può anche avere risorse importanti, può ricevere fondi, può generare valore. Ma se non viene governata con equilibrio, se la spesa non viene controllata nel tempo, il risultato è inevitabile: il debito.
E il debito, in sanità, non resta mai neutro. Diventa blocco delle assunzioni. Diventa servizi più lenti. Diventa prestazioni ridotte. E adesso diventa anche aumento delle tasse. Il punto, allora, non è solo l’Irpef. Il punto è il principio. Perché se ogni squilibrio viene sistemato chiedendo qualcosa in più a chi già paga, il rischio è che si normalizzi un modello in cui la responsabilità non segue mai le decisioni.
E allora la domanda è inevitabile, anche se scomoda: è davvero sostenibile un sistema in cui chi sbaglia non paga mai e chi subisce paga sempre? Perché alla fine il cittadino non chiede miracoli. Chiede solo una cosa semplice: che chi gestisce sappia farlo. E che, almeno una volta, il conto non arrivi sempre nella stessa direzione.
Guido Gabriele Antonio
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