Quando si parla di carenza infermieristica il dibattito segue sempre lo stesso copione. Mancano infermieri, non si trovano, non reggono i turni, lasciano. Tutto vero. Ma forse non tutto. Forse la domanda da farsi è un’altra, molto meno frequente e decisamente più scomoda: e se il problema non fosse solo quanti infermieri ci sono, ma quanto conviene assumerli e mantenerli?
Proviamo a immaginare uno scenario diverso. Non una rivoluzione ideologica, ma un semplice cambio di prospettiva. E se lo Stato introducesse una legge che rendesse economicamente vantaggioso, per le aziende sanitarie private, assumere e mantenere infermieri? Agevolazioni reali, misurabili, legate non al numero di prestazioni erogate, ma alla presenza stabile di personale infermieristico in turno.
In uno scenario del genere molte aziende probabilmente assumerebbero più infermieri. Non per bontà d’animo, ma perché conviene. E quando conviene, le scelte organizzative cambiano. Avere più personale significherebbe meno assenze, meno straordinari cronici, meno emergenze organizzative, meno errori. Significherebbe anche meno turnover, che oggi rappresenta uno dei costi nascosti più alti per le strutture: ogni infermiere che va via porta con sé formazione persa, discontinuità, instabilità.
Se trattenere un infermiere diventasse più conveniente che sostituirlo, molte strategie aziendali si ribalterebbero da sole. Il turnover smetterebbe di essere una variabile accettabile e diventerebbe un problema da prevenire. E questo, già da solo, cambierebbe molto più di tante campagne motivazionali.
Resta però la domanda più delicata: in un sistema così, gli stipendi degli infermieri aumenterebbero davvero? La risposta onesta è che non succederebbe per magia. Ma succederebbe qualcosa di altrettanto importante: diventerebbe possibile. Se parte del costo del lavoro fosse alleggerita da agevolazioni statali e se l’infermiere smettesse di essere una voce instabile di bilancio, allora lo spazio per salari più competitivi, premi di permanenza e condizioni migliori smetterebbe di essere teorico.
Oggi, spesso, non è nemmeno una scelta. È un limite strutturale. Ovviamente una misura del genere non sarebbe priva di rischi. Incentivare il privato senza regole potrebbe favorire comportamenti opportunistici o creare nuove disuguaglianze. Per questo, qualsiasi agevolazione dovrebbe essere vincolata a standard chiari: numeri minimi di infermieri in turno, stabilità contrattuale, trasparenza retributiva, qualità dell’assistenza. Non un regalo, ma uno scambio: incentivi in cambio di organizzazioni migliori.
Questa ipotesi dà fastidio perché sposta il dibattito. Non parla di vocazione, di sacrificio o di spirito di adattamento. Parla di economia del lavoro sanitario. E costringe a chiedersi se la carenza infermieristica sia solo una questione di numeri o anche il risultato di un sistema che non rende davvero conveniente investire sulle persone. Forse il problema non è che mancano infermieri. Forse è che il sistema non è costruito per volerli davvero, né per tenerli.
E allora la domanda finale non è provocatoria, ma inevitabile: se rendere economicamente conveniente assumere e mantenere infermieri portasse davvero più personale in corsia, meno turnover e condizioni migliori, siamo sicuri che il problema sia la carenza? Non sarà, invece, il modo in cui abbiamo deciso di far funzionare il lavoro sanitario?
Guido Gabriele Antonio
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