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Polichetti (Iss): “Campi elettromagnetici? Nessuna prova di danni”

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Polichetti (Iss): “Campi elettromagnetici? Nessuna prova di danni” 1
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Rilanciamo un’intervista realizzata da Avvenire con il primo ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità.

Alessandro Polichetti

Nessun dubbio per Alessandro Polichetti, primo ricercatore all’Istituto Superiore di Sanità e componente del Centro nazionale per la protezione dalle radiazioni: «II rischio che i campi elettromagnetici possano avere un effetto cancerogeno sugli esseri umani è bassissimo e non è dimostrato in maniera solida dagli studi scientifici». Una posizione, peraltro, ben documentata nel Rapporto Istisan (“Radiazioni a radiofrequenze e tumori: sintesi delle evidenze scientifiche”), pubblicato la scorsa estate e redatto non solo da esperti dell’Iss, ma anche da Enea, Cnr, Arpa Piemonte.

Si è parlato molto di questo documento nelle ultime ore. L’Istituto vi esprime un parere?
No, ed è utile puntualizzarlo. Il rapporto in questione è stato redatto, per così dire, a fini didattici. Spiega lo stato delle evidenze scientifiche sul punto, mettendo a confronto diversi studi effettuati sul tema. Si tratta di una sintesi, non di un’opinione. Il punto di partenza fondamentale, tuttavia, è quanto messo nero su bianco nel 2011 dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc).

E come si è espressa l’Agenzia?
L’Agenzia ha classificato i campielettromagnetici (tra cui quelli generati dai cellulari) come “possibilmente cancerogeni” per gli esseri umani. Anche qui serve una precisazione, perché la questione sia chiara il più possibile a chi legge: l’Agenzia valuta evidenze scientifiche a supporto o no della cancerogenità di vari agenti che vengono analizzati. Quelli con solide evidenze stanno nel gruppo 1. Vi rientrano il fumo, tanto per fare un esempio, l’amianto, le radiazioni ionizzanti. Scendendo nella scala, c’è il gruppo 2A, quello degli agenti “probabilmente cancerogeni”, e il 2B, con gli agenti “possibilmente cancerogeni”. Qui compaiono i campi elettromagnetici a bassa frequenza, tra cui quelli generati dagli smartphone: la parola “possibilmente” dice che si ha un’evidenza del rischio molto limitata nell’uomo. Inoltre sui pochi studi che li dimostrano è pressoché impossibile effettuare controlli, perché non ci sono soggetti non esposti ai campi elettromagnetici dei cellulari. Il rischio di un danno, dunque, è legato a un sospetto più che a evidenze scientifiche certe.

Stiamo pur sempre parlando di un documento che risale al 2011. È ancora attuale?
Nel rapporto Istisan italiano sono stati presi in considerazione e citati anche studi successivi. Le evidenze tendono addirittura a indebolire l’ipotesi di una correlazione tra cellulari e tumori. Sono stati effettuati studi sugli animali, certo, negli Stati Uniti e all’Istituto Ramazzini di Bologna. Vi è stato osservato un aumento dei tumori nei muscoli cardiaci dei topi. Ma quei risultati, valutati nel complesso degli studi, non hanno cambiato le cose.

Possibilità, evidenze non sufficientemente dimostrate… La scienza sembra arrendersi all’incertezza su questo tema, è così?
Sì, ma per come la vedo io si tratta di un’incertezza tra due fatti: o che i campi elettromagnetici non arrechino alcun danno all’uomo, o che ne arrechino uno lieve. In poche parole, quel che è difficile è quantificare l’inconsistenza del rischio.

E i bambini?
Non ci sono evidenze particolari nemmeno nei bambini, nonostante molti studi si siano concentrati su questa fascia d’età. Anzi, è vero per certi verso il contrario, cioè che il rischio sia ancora più basso coi più piccoli, vista la loro abitudine a tenere il telefono lontano dalla testa e davanti a sé, per giocare o guardare video. Questo non vuoi dire che non si debbano prendere precauzioni, tenendoli il più possi bile lontani dai telefonini. Un ambito, questo, che tuttavia finisce con l’allontanarsi dalle competenze di uno scienziato e coinvolgere le agenzie educative e culturali del Paese.

Redazione Nurse Times

Fonte: Avvenire

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